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IoVoglioTour

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Pozzo dei desideri

Versilia che va Versilia che torna, nei desideri di una libraia e di una poeta

Non riesco a smettere di fotografare gli oleandri. Ce ne sono a destra e a sinistra, in fila come soldatini ordinati lungo via Mazzini che si snoda dalla stazione al mare. È la mia seconda volta a Viareggio, sono qui per trovare Mia, e mentre mi dirigo verso casa sua mi crogiolo nella vista di questi oleandri onnipresenti che mi inseguono coi loro fiorellini rosa e bianchi, rigogliosi e orgogliosi nelle loro chiome. Fa un caldo indecente e il caldo richiama gelato, mi fermo a prenderne uno in una gelateria per strada. E mentre mi gusto questo gelato provvidenziale, continuo a scattare foto agli oleandri che incontro, finché mi imbatto in un angolino rettangolare, lo scoperto esterno di un bar, immagino, puntellato di tavolini tondi dai colori vivaci. Rapita dai colori, mi fermo, sguardo verso destra, ed è amore accecante, subito: vetrina ricolma di libri – interessanti – accompagnati da tazze di ceramica artigianali che sanno di caffè da metterci dentro fin quasi all’orlo, le mattine presto quando hai solo voglia di tepore alla caffeina per riaprire bene gli occhi. E i miei occhi ora scrutano un’insegna sulla vetrina: Lettera 22. Una libreria! E che libreria!! Gli occhi proseguono il tragitto verso l’interno: una zona bar, ricolma di tazze e tazzine coloratissime, e dietro il bancone una donna dall’aria ospitale. Metto un passo dentro e mi scuso per il gelato che mi sta colando tra le dita, lei mi assicura che non importa posso entrare lo stesso, e sorride: una libraia che mi accoglie così, che meraviglia, mi rallegro entrando del tutto. Sguardo che prosegue a curiosare e scopre un altro spazio che sembra la sala da pranzo di casa, al centro un tavolone rettangolare che invita a sedersi, qualche quotidiano sparso sopra, qualche tavolino tondo qua e là, e lungo tutta la lunghezza del muro, dulcis in fundo, una grande libreria bianca, piena di luce, e di libri.

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Ma non libri qualsiasi, libri-libri, come li definisco io, libri che non trovi dappertutto, libri preziosi e piccoli nel senso di non sempre famosi, i libri delle piccole case editrici indipendenti che si affannano per farcela ogni giorno, con forza e volontà, con la passione di chi crede al sogno che ha creato e porta avanti come missione, nonostante i conti da far quadrare – missione simile al sogno realizzato da Elena aprendo questa piccola libreria-caffè nel 2015. Mi perdo a parlare con lei, che mi racconta brevi aneddoti. Mi sento bene, ma il tempo corre, è ora di riprendere il cammino verso Mia, saluto Elena con l’intenzione di passarla a trovare la mattina seguente. Ed è così, sono sulla via del ritorno la mattina dopo e mi fermo per un cappuccino alla Lettera 22, Elena dispensa parole e sorrisi tra un caffè e l’altro, dentro di me sento che è nata l’atmosfera giusta, per farle la mia domanda, e mi azzardo a chiederle “Qual è il tuo desiderio?”, dopo averle spiegato dell’IoVoglioTour. Il volto le si illumina stupito, è incerta tra una risposta “saggia” e una più “frivola”, la rassicuro che non c’è risposta giusta, solo risposta sincera. Ma non insisto, non è il momento, le chiedo di pensarci un po’ e poi farmi sapere. La sua risposta arriva. Sono passate alcune settimane. Ricontatto Elena che stavolta mi risponde: “Iovoglio avere tempo soprattutto per viaggiare.” E indica tra le mete preferite Cambogia, Laos, Costa Rica, Bolivia, Argentina. Non del tutto mete “turistiche” – sorrido tra me. Mete di luoghi da esplorare. Sorrido perché ripenso che durante quel soggiorno in Versilia ho posto la stessa domanda a Mia, la mia amica poeta. Eravamo in ammollo nell’acqua a parlare di noi, di poesia, e a un tratto mi è venuto spontaneo farle la mia domanda.

All-focus

Ci sono momenti in cui si crea una intimità protetta, spensierata, che mi solletica quasi sussurrandomi “Vai, chiediglielo”. Eccone uno, di momento, sul calar della sera, sono le 19 e il mare è tiepido al punto giusto, sa di sale e sonnolenza buona. Mia mi risponde: “Iovoglio partire un po’ e tornare un po’. In zone inesplorate.”La partenza, la curiosità, la scoperta di zone inesplorate. Partire e tornare. Due donne che non si conoscono e abitano lo stesso spazio geografico, una libraia e una poeta che condividono un desiderio simile, nella stessa città fatta di onde, navigare un’onda che ti porti lontano, per poi ricondurti al porto sicuro. C’è una donna che sta in mezzo ai libri, ci lavora, e un’altra che i libri li scrive, li abita nella scrittura. Donne circondate da parole e storie, con la voglia di scrivere nuove storie personali di spostamento, avanti e indietro, in un ciclo vitale di (r)esistenza personale (l’una dentro una libreria, l’altra dentro un libro), andarsene per scoprire ed esplorare, tornare per ri-trovarsi e ri-radicare, in una dimensione diversa, ampliata. Il flusso della vita che parte, cresce, scruta, per rientrare in sé stessa, arricchita e rinnovata – da donarsi ancora agli altri, al mondo (tramite una libreria, cara Elena, o tramite una poesia, cara Mia).

Verusca

 

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Quanto è umana l’informatica? Scoperte on the road con Riccardo (e i suoi desideri)

9e3e2c98-993f-4b36-beb6-2369b9e58638La strada scivola veloce sotto le ruote di Karlacosì me la presenta Riccardo prima di invitarmi a salire sulla sua Opel Karl -, è una domenica mattina d’agosto e chi è rimasto in città ancora sonnecchia al riparo dalla calura. E con la strada corrono rapidi i pensieri, snocciolano uno dopo l’altro in questo viaggio che ci porta da Firenze ad Anghiari. Siamo all’imbocco dell’autostrada, oltre il finestrino un concentrato di verde, mi meraviglio ogni volta a trovarne così tanto lì fuori, lontano dalla città, dal bisogno che ne avrei io, un verde che si schiude tra le corsie di cemento, o con la prospettiva inversa sollevata da Riccardo, un pezzo di verde che è stato soppiantato per farci spazio, a quelle corsie. Le prospettive, gli sguardi che vedono le stesse cose in modo diverso. Siamo in viaggio e viaggia a ritmo serrato il nostro scambio, aggiorno Riccardo sul mondo della poesia in cui mi sono ritrovata a stare, come una “poetessa per caso”. Ridiamo di questa definizione.

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Riccardo, al contrario, pare più “centrato” nel suo ruolo: “Io nasco come programmatore”, mi spiega, e proprio ora sta tornando alla sua formazione iniziale. Da poco collabora con una società di formazione in ambito informatico. In chiusura del suo ultimo corso, mi confessa, è uscita più di una lacrima tra le corsiste. Ci credo eccome, Riccardo ha l’aria di chi, per quanto esperto e capace, sa rimanere genuino nei modi. E mentre parla entriamo in un ambito inaspettato, che mi solletica riflessioni nuove. A cosa associo l’informatica? Visualizzo qualcosa di automatico e sterile, non del tutto umano, lontano dalle relazioni, un po’ robotico. Me ne rendo conto confrontandomi con Riccardo, di quanto possano essere radicati, certi preconcetti. Lui prosegue a parlare ed io a scoprire: un’altra cosa che fa, è aiutare le aziende ad analizzare i loro dati, attività cruciale, che spesso permette di salvare posti di lavoro. L’aspetto umano. Non ci avevo pensato. Mi si apre uno sguardo nuovo sull’informatica. Il filo della scoperta avanza con la parola “ottimizzare”: quel che fa Riccardo nelle aziende, è dare una mano ad ottimizzare il processo di lavoro, ossia rendere semplice ciò che è complicato. Che bello. Semplificare, qualcosa che faccio di continuo quando insegno ai miei studenti stranieri. Se non usassi strategie di semplificazione, la comunicazione si incepperebbe, e di conseguenza il loro processo di apprendimento. Ma ora non stiamo parlando di una materia umanistica, stiamo parlando di analisi di dati, di compiti informatici. Sulla spinta dei pensieri, confido a Riccardo la mia visione dell’informatica, ma lui sottolinea che l’informatica in un certo senso è molto “umana”, essendo nata proprio con l’intento di semplificare il lavoro umano: “Prendi Blaise Pascal, che ogni giorno in azienda vedeva il padre faticare nel calcolo delle somme a mano, e si chiedeva come fare per evitare tanta fatica. È lui ad aver creato la prima macchina calcolatrice, la Pascalina, che ha semplificato la vita ai lavoratori, dando loro – paradossalmente – ritmi più “umani”. Ascolto e penso: Pascal matematico? Lo ricordo come filosofo… mi sento a disagio nella mia prospettiva unilaterale, un po’ rigida. Riccardo suscita osservazioni che scompigliano e scrollano il noto. Il passo dall’informatica alla tecnologia è breve: “La tecnologia di per sé è neutra”, chiarisce Riccardo, “dipende poi dall’uso che ne facciamo noi”.

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Penso alla dipendenza da cellulare, le volte in cui l’ho scordato e sono tornata a casa pur di non starci senza. Guarda come sono messa, come siamo messi. La tecnologia è neutra, ripeto tra me e me, è innocua: siamo noi a darle il significato che ha. E mi stupisce il significato che sta prendendo questo viaggio, il movimento che sta suscitando, il desiderio che sento ora di rendere meno statici certi miei pensieri fissi, di saperne di più. E il desiderio di un programmatore informatico, di Riccardo, qual è? Lui ha pochi dubbi, dice che ci sta pensando da quando gli ho raccontato dell’IoVoglioTour: “Iovoglio trasmettere la passione per l’informatica”. E ce la farai, Riccardo, di sicuro, come hai fatto oggi con me, che dopo 1 ora e 30 di viaggio su strada e nella mente, mi ritrovo a ringraziare silenziosamente Blaise Pascal (e chi come lui) per aver reso più “umano” il lavoro di suo padre – e di tutti noi.
Verusca

#iovoglio fare la blogger: il cammino di un desiderio da una Olivetti a un blog

La scrittura è qualcosa che ti capita. A me è capitata alla elementari, in salotto la mamma teneva una Olivetti rossa su cui mi era concesso scrivere dopo pranzo. Custodisco tutti i miei tentativi di piccola scrittrice in una cartellina dai toni pastello: sono lì a ricordarmi una parte di me. Mi piace come si è evoluta la mia scrittura da un annetto ad oggi. Da quando si sono avverate le parole di Alessandro, che un giorno a Mestre mi fa: “Veru, le persone che incontri per il mondo, mi piacerebbe trovarle dentro quel che scrivi”. Sono passati un paio d’anni e solo di recente, da quanto vivo a Firenze, queste persone sono finite dentro prosa breve di viaggio che ho preso a scrivere un po’ per caso. Il primo articolo è nato a Salonicco. Ero lì a trovare le mie amiche greche, Elena e Maria. C’ero già stata varie volte, Salonicco è uno di quei posti in cui sto bene, che mi pare di conoscere da sempre, che amo girare serena, senza l’assillo di dover visitare tutto. Così ci sono tornata a fine dicembre 2017, e appena arrivata mi sono ritrovata dentro una serie di avventure da film. Nel senso di rapide e concitate, che scardinano il noto, mi buttano per aria e mi fanno imbattere nelle persone. Dunque ho scritto questo primo pezzo su Salonicco e le persone, un po’ nella mia stanza baciata dal sole e da tre gatti, un po’ al tavolino di un bar colorato. L’ho riletto e limato per bene, anche dopo, rientrata a Firenze, seguendone il percorso di crescita. E questo percorso ha spalancato una porta alla scrittura. Dopo questo articolo infatti ne ho scritti altri, ogni volta che mi spostavo per un viaggio. Prendevo le città in cui stavo come scusa, le persone con cui mi relazionavo e le loro storie si infilavano nei miei scritti. Infine (o finalmente, sei contento Alessandro?). E più scrivo, più il mio stile si fa sicuro, definito, ritrovo alcune forme mie, tempi verbali che prediligo, vocaboli che tornano. Mi ci ritrovo, in questo stile rapido e leggero, stile blog. Ricordo un giorno post-Salonicco in cui parlavo di un mio progetto ad Alessio e m’è uscito spontaneo “Iovoglio fare la blogger!”, e lui a canzonarmi, “Sì come la Ferragni”. Poi sono passati i mesi. Un giorno, tramite Alessio sono entrata in contatto con Silvano, che mi ha invitata a un aperitivo della Costellazione dei Desideri. Fuori era freddino, ero appena rientrata da scuola, avevo una gran fame e questi 4 fiorentini parlavano di desideri da realizzare e io desideravo tanto mangiare e andarmene a riposare. Ricordo che ero stanca per il nuovo lavoro, per tutto quel che stava comportando, ero nel bel mezzo di un cambiamento che mi stava stressando parecchio. Quando Silvano mi ha chiesto se volevo collaborare, ho detto di no. Senza nemmeno starlo a sentire. Con Isacco poi a ripetermi certo che te le sai scegliere bene le situazioni, tu, dici di no senza manco sapere cosa ti offrono e magari era una cosa che ti piaceva. E infatti Isacco aveva ragione. Dopo svariati mesi sono entrata nel ritmo del nuovo lavoro, mi sentivo più leggera. Mi è capitato di scrivere una mail a Silvano per un’altra cosa, e di ricevere un nuovo invito a incontrarci. Stavolta ho ascoltato quel che voleva propormi: scrivere per un blog. Scrivere: tutto ciò che voglio. Dar libero sfogo a questa esigenza espressiva che ho, che non mi sono scelta ma è intrinseca al mio modo di essere. A Silvano stavolta ho detto di sì. E lui a farmi notare ecco hai visto che ci sei arrivata, a noi. Ora è il momento. Sì Silvano, ora è il momento. Lo so perché lo sento, sento che mi stai portando una gioia, tra le mani, ed io sono pronta a riceverla, tenerla con me. E il resto è il presente. Da quando scrivo per il blog, con una certa regolarità e costanza, la mia scrittura è fiorita. Scrivo articoli in cui mescolo le cose che mi succedono a delle riflessioni. Una Carrie Bradshaw all’italiana – sorrido spesso tra me. Solo che io non scrivo per una rivista patinata newyorkese, scrivo per un blog che propone un progetto molto umano. Devo scrivere di desideri: mamma che fatica!! La scrittura sta prendendo il volo e il mio stile sta trovando una sua strada. La riconosco, ora mi è chiara, mi sono (più) chiara. Come collocare al posto giusto un pezzo della mia autobiografia.

È Silvano ad avermi parlato del contest di scrittura di viaggio della SALT Editions, una webzine che si occupa di musica, cinema, libri e viaggi. Mi ha girato il link, ed io d’istinto ho inviato il mio pezzo su Salonicco. Sentivo che avrei potuto farcela, questa volta, a ottenere un riconoscimento. Che ero pronta, che era il momento, quello buono, per accoglierlo – come avevo accolto la proposta di Silvano. Sono passati dei mesi, e oggi ho ricevuto una mail in cui mi comunicano che risulto tra i 3 vincitori del contest. Non credo di suonare presuntuosa nel dire che me lo sentivo. Mi nascondo da sempre – adesso basta. C’è qualcosa che mi riesce, che trova un riscontro nel pubblico: perché nasconderlo? L’ho voluto davvero, quel piazzamento, e alla fine l’ho avuto, e ora so che per me questo non è solo un punto di arrivo in un percorso fatto di studio e pazienza, errori e nuovi tentativi, ma è anche una rinnovata partenza nel cammino della mia scrittura.

Verusca 

Piccole donne vogliono: desideri adolescenti in viaggio

Vittoria mi dice che le toccherà lavorare in conceria. La guardo con fare interrogativo così lei mi spiega che i genitori possiedono una conceria in un paesino del nord-est (“Nel nostro paese ci sono solo concerie, Prof.!”). Per farle fare la cosiddetta “gavetta”, i genitori hanno pensato di mandarla a lavorare come operaia in azienda per un periodo durante l’estate. “Così imparo cosa vuol dire lavorare”. Vittoria non ha ancora 15 anni e un solo desiderio: “Iovoglio diventare avvocato”. La mamma avrebbe preferito medico ma dovrà accontentarsi di una figlia avvocato. In realtà entrambi i genitori sono preoccupati: vorrebbero che lei portasse avanti l’attività di famiglia, essendo figlia unica, ma lei proprio non ci pensa. Mentre le parlo ogni tanto si perde, scambia occhiate con Alice e MariaGiulia, le amiche fidate. Parlottano tra loro e fanno a gara a chi è più grassa, io le sento e spalanco gli occhi, e loro a insistere  “Guardi che cosciotti, Prof.!”. Sono donne in crescita, ma loro vedono solo i difetti, piccole donne già critiche – verso sé stesse, e il mondo. Puntigliose. Però decise: “Iovoglio viaggiare” aggiunge Vittoria, e ci tiene a spiegarmi: “Perché i miei non mi lasciano tanto, vorrei andare in Africa, in India, fare un safari”. Le chiedo come pensa di realizzare il suo desiderio, e la sua risposta è emblematica: “Diventando maggiorenne, così i miei non mi rompono più”. Continuo la mia intervista sui desideri. Alice no, il suo desiderio non ce l’ha pronto. È mezza addormentata sul divanetto prima della lezione (ieri però in gita a Glasgow un certo desiderio me l’ha detto, in un sonoro “Iovoglio dormire!” – di tutto rispetto,visti i ritmi intensi qui in vacanza-studio). Alice che non mi dice il suo desiderio mi fa canticchiare dentro la Mannoia in “Quello che le donne non dicono”. L’aspetterò. Chi invece ha zero problemi a raccontarsi è MariaGiulia, 15enne sicura di sé: “Iovoglio imparare a parlare bene le lingue straniere. Iovoglio imparare a suonare la chitarra elettrica e l’ukulele. Iovoglio fare la pediatra perché mi piacciono i bambini, però non li sopporto tanto, cioè non riuscirei a fare la maestra perché non ho pazienza, però vorrei curarli”. Le contraddizioni dell’adolescenza?!  Appena sente la parola “bambini”, pure Chiara, che di anni ne ha 11, si accende: “Iovoglio fare la maestra perché mi piacciono i bambini”. Chiara condivide anche il desiderio di Vittoria, aggiungendo “Iovoglio girare il mondo”.

Il viaggio, la scoperta in solitaria (senza genitori!) del mondo, la realizzazione-cura di sé (imparare le lingue, uno strumento musicale) o la cura degli altri (i bambini): sono i desideri di queste piccole donne. Sono desideri concreti, fattibili, che riguardano il loro futuro, soprattutto professionale. Perché di tempo, davanti, ce n’è ancora tanto. Sono i desideri dei giovani in formazione, circondati da una società (iper)efficiente che ricorda loro che è bene pensare al futuro, a quale ruolo ricoprire nella catena produttiva. “Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda che tutti ci siamo sentiti ripetere fino allo sfinimento. Io da piccola rispondevo “La fioraia” perché adoravo i colori dei fiori. Ritorna Alice: ha gli occhi assonnati e non mi stupisce. Con lei ho un rapporto speciale, sarà che è dal primo giorno che ne combina una: una congiuntivite prima, il portafogli perso poi, cose così. Però ha una vitalità travolgente “Prof,. sono del Leone!!”, esclama ridendo con la bocca e gli occhi. Alice nel paese delle meraviglie, curiosa e distratta, su un pianeta parallelo. Alice non è pronta nemmeno stasera in cui le chiedo per la terza volta il suo desiderio, abbassa lo sguardo e farfuglia “Non lo so”. Alice delle meraviglie, io ti aspetto, quando sarai pronta a dirmelo, quel desiderio nascosto che tieni dentro, che forse – per ora – ha a che fare con quel fisico di cui ti lamenti in continuazione – “Un’anima sottile dentro un corpo da muratore, me lo dice sempre la mamma, Prof.”- , io ti aspetto di là della tana, assieme al coniglio, e al tuo desiderio.

Verusca

“L’erba vorrei non cresce da nessuna parte!”: il pensiero di Ruggero

Ci sono volte in cui ti senti pronto a tuffarti nel flusso di nuove esperienze con fiducia ed entusiasmo, come ha fatto Ruggero con noi, presentandosi con la sua bicicletta alla partenza della seconda tappa dell’IoVoglioTour 2018.

“Non so dove andremo, non so cosa faremo, ma già la compagnia è… una voglia incredibile di stare con loro” – sono le parole che ci regala prima di prendere il treno per San Miniato la sera di venerdì 20 luglio.

Oggi è domenica 22 luglio, abbiamo percorso lunghi tratti di strada sterrata e incontrato vari  pellegrini, interagito con loro e i loro desideri. Queste le parole di riflessione che ci dona Ruggero a tappa conclusa, prima di lasciarci e rientrare nella sua quotidianità:

Le nostre vite sono piene di luoghi comuni. E quando si tratta di stravolgere i luoghi comuni, ecco entrare in gioco Iacopo e Silvano della Costellazione dei Desideri.

Da bambino mi hanno insegnato che “L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”, sono cresciuto con questa convinzione. In questi giorni abbiamo fatto un tratto della via Francigena da San Miniato ad Altopascio e poi abbiamo ripercorso la stessa strada al contrario, con l’intento di ribaltare – simbolicamente – questa convinzione e creare un nuovo detto, il nostro detto: “L’erba vorrei non cresce da nessuna parte!”.

Siamo partiti sabato 21 luglio da San Miniato per incontrare i pellegrini e interrogarli sui loro desideri, ci siamo mossi controcorrente come i salmoni per incrociarli sul loro cammino. Li abbiamo accolti e ascoltati, ci siamo interessati a loro, dei motivi che li hanno spinti a percorrere questo cammino simbolico… tutti questi chilometri… abbiamo rivolto loro la nostra domanda: “Qual è il tuo desiderio, che cosa vuoi?”. È diverso da “Che cosa vorresti?”, perché “vorresti” vuol dire che il tuo desiderio si può realizzare soltanto se gli altri ti danno il permesso, se l’ambiente intorno te lo permette. Invece il “voglio” rappresenta la tua volontà personale… come vuoi cambiare tu la tua realtà, in prima persona… è indipendente dagli altri ed è indipendente dagli eventi esterni… Il nostro “voglio” può trascinare, il nostro “voglio” può creare, il nostro “voglio” può cambiare la realtà e cambiare gli altri.

Tra le regole della Costellazione dei Desideri c’è anche “Puoi desiderare qualcosa di assurdo”. Ma cosa vuol dire “assurdo”? Vuol dire qualcosa che pensi sia irrealizzabile! Ma perché è irrealizzabile?… perché dipende dagli altri?? Perché dipende dalle circostanze?? A volte noi pensiamo che le cose siano irrealizzabili perché abbiamo l’immaginazione ovattata dall’ambiente che ci assorda o perché non siamo in grado di dire NO. Ma ricordatevi che i NO che dite sono degli enormi SI alla realizzazione di quello che volete voi, dei vostri desideri!

Andando verso Altopascio abbiamo conosciuto Emanuele, che ha condiviso un desiderio molto interessante: “Iovoglio essere sulla giostra, non fuori ma dentro la giostra che gira e girare assieme a lei”. È una bella immagine, un’osservazione interessante perché spesso le persone sono astratte dalla realtà e dalla realizzazione dei loro desideri in quanto sono proiettate verso universi irraggiungibili, sono fuori dalla giostra. E poi ci ha proposto un esempio altrettanto bello: immaginate una mosca che si muove liberamente nell’aria col suo istinto di mosca . A un certo punto la mosca si posa su un vetro e vuole andare oltre, ma fisicamente non è possibile. È quando voi vi avvicinate alla mosca e la schiacciate facilmente. La mosca si lascia uccidere perché ha perso il suo focus ed è fuori dalla realtà, è fuori dalla giostra.

Confrontandomi con i pellegrini assieme ai miei  compagni di viaggio, in questi giorni, ho capito che i desideri più profondi riguardano quello che abbiamo intorno. Nessuno di loro ci ha detto “Iovoglio andare su Marte”, nessuna ci ha detto “Iovoglio essere una diva di Hollywood”. Quando qualcuno (pochi, per fortuna) ci ha detto “Iovoglio vincere la lotteria”, noi gli abbiamo chiesto: “E cosa ci faresti con quei soldi?”, la risposta è stata: “Per prima cosa, viaggerei, e poi, aiuterei le persone in difficoltà”. Allora lo abbiamo provocato sul viaggiare: “Perché non viaggi e basta, ci sono tante persone che viaggiano senza soldi, nei nostri vari pellegrinaggi abbiamo avuto modo di conoscerle. Si può fare! Potresti anche iscriverti alla banca del tempo! Cosa sai fare?”. E in risposta all’affermazione sui soldi per aiutare le persone” abbiamo ribattuto: “Perché non inizi ad aiutare le persone dalle piccole cose? Perché pensi che l’aiuto debba essere solo di tipo economico?”. È sempre così. La società ci mette davanti dei vetri su cui finiamo per schiacciarci, ci specchiamo, ci vediamo brutti e distorti, cadiamo in preda a fattori esterni – persone, situazioni, il tempo – che ci schiacciano facilmente perché perdiamo il nostro istinto-mosca.

Consiglio tanto questa avventura, parlare con i pellegrini è come parlare con noi stessi, è come interrogare noi stessi perché il pellegrino vive il ritmo del passo, vive l’un-due, un-due, un-due ancestrale, il ritmo purificatore, il ritmo della vita.”

 

Ruggero

IoVoglio imparare a calibrare caos e silenzio

La mappa mi dice che il fiume che ho davanti si chiama Ayr – così come il paese scozzese in cui mi trovo in vacanza-studio con un gruppo di studenti. Il fiume mi scorre lento davanti: ho scelto di sedermi sul verde accanto a un albero, al riparo dal caos, in cerca di un po’ di silenzio. Mi rigenero dinnanzi all’acqua che non schiamazza e ha solo in mente di arrivare serena all’insenatura non troppo lontano dall’Atlantico, gettarcisi dentro senza troppo clamore. Sono ad Ayr da pochi giorni e già ho la testa piena di cose: i miei studenti da non perdere d’occhio, le richieste e i borbottii, le urgenze e il rumore – spesso per nulla. Il momento dei pasti è piuttosto tragico: mi faccio largo tra la baraonda di adolescenti internazionali che nel rimescolio di chiacchiere in più lingue formano un coro non sempre armonioso da sentire. Eppure li adoro, questi adolescenti che hanno sempre qualcosa da (ri)dire, che sanno di brufoli e allegria – riflesso di energia pura che spinge a vivere sempre a cento all’ora.

Io i miei cento all’ora ancora ce li ho, ma necessitano, di tanto in tanto, di uno stacco di estremo silenzio. Ritorno col pensiero alle sfide al silenzio incontrate già il giorno della partenza: alle 6 di mattina il bar a Linate era chiassoso quanto alunni in attesa ai cancelli della scuola. Sembrava che mezza Italia fosse lì sul punto di partire – assieme a me. Mi rivedo circondata da persone in versione viaggio ovunque, tutti ingombri di valigie ed euforia, pronti a partire per non importa dove: “andare in vacanza” è qualcosa che si basta da sé. Rivedo me che sfido quel chiasso mattutino un po’ a disagio e mi ripeto come un mantra che è giusto così, sono dentro un aeroporto, in fondo è luglio tempo di vacanze, ma le mie orecchie non sono abituate e cercano riparo al fracasso. Invano.

 

Faccio la fila buona buona all’unico bar strepitante, sognavo una colazione lenta e riposante invece scanso a fatica la folla e mi ricavo uno spazietto sul bancone con sgabello, vorrei sparire invisibile ma il mio metro e 80 si nota fin da seduta così fingo indifferenza, sognavo di mettermi a scrivere sul portatile ispirata dal silenzio dell’alba invece mi ritrovo stipata a tentare di non rovesciare il cappuccino sul trio latinoamericano che mi parla animatamente a fianco, penso ma sì dai, stanno per prendere il volo, sono emozionati, che vuoi che sia un po’ di animata conversazione?? Fingo di non sentire ma le urla al sapore di caffeina mi invadono il cervello. Chissà se sono dovute alla caffeina – mi chiedo con mezzo sorriso.

Mezzo perché da sorridere qui non c’è molto: sono fuori dal letto dalle 5. Ho stipato sbadigli e ultime cose in valigia e sono uscita dall’albergo dentro una Milano buia di pace. In giro ancora poche luci e pochi passanti, molto sonno-lenti. Bello. L’alba, un momento di rigenerazione prima della frenesia del giorno. Mi sono infilata nel taxi e pure il tassista era in vena di parlare, ripeteva tu non sai quant’è vicina la Centrale a Linate, pochi km davvero, un city airport, un aeroporto dentro la città, ed io pensavo sia lodato questo city airport, ché altri 10 minuti ad ascoltare non li avrei retti. Il mio tempo del mattino è un po’ lento, necessita di attimi di silenziosità per re-infilarmi nel ciclo attivo del giorno. Non so se vale per tutti, ma trovo per me estremamente importante riuscire ad alternare momenti di energetico trambusto e quiete assoluta. Solo che non è sempre facile: la vita ti richiede attenzioni continue, ti tira per il braccio appena cerchi di crearti uno spazio di riposo privo di parole. Spesso strafaccio per questa mia (s)mania di dire sempre sì ai ritmi chiassosi della vita.

Ora sono in Scozia circondata da vitalità estrema – ho perso il conto dei giovani schiamazzanti che girovagano per il college da mattina a sera, incuranti del mondo attorno. Eppure avverto anche ora il bisogno di ricavarmi brevi momenti di non-suono. Le mie nuove colleghe qui lo hanno già capito. Altri lo capiranno. Io voglio imparare a godermi il mio silenzio senza sentirmi in colpa per non starmene di continuo dentro il flusso assordante delle cose che strepitano. Io voglio imparare a calibrare il caos e il silenzio della vita, i pieni rumorosi e i vuoti silenziosi.

Verusca

#iovoglio riabituarmi a un tocco delicato

L’affetto ha un tocco delicato. Solo che quando sei stato abituato per tanto tempo agli schiaffi devi riprendere le misure anche con qualcuno che la guancia semplicemente te la sfiora.

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Via Francigena: questione di fiducia

Vi siete mai trovati su una strada che non conoscete? Su un sentiero o su un cammino dove è appena calato il sole ed è difficile seguire le vie tracciate dagli altri, con un treno che sta per partire e voi che correte nel buio desiderando che sia in ritardo?

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I vostri 101 desideri

Quanti desideri si annidano nelle vostre teste, nei vostri cuori, nelle vostre anime? Forse mille, forse zero.

Noi, pedalando per 10 giorni da Nord a Sud, l’estate scorsa, ne abbiamo raccolti tanti, tantissimi.

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