Piero mi saluta con una battuta. È un suo modo per entrare in relazione, te la lancia appena ti vede, quella battuta, come lancerebbe una palla agli studenti nelle sue ore di Educazione Fisica. Sta a te, poi, acchiapparla o meno, rilanciarla o meno, come in una partita vera e propria. È una battuta dal sapore solitamente fiorentino, come fiorentino è Piero, solide radici di chi si sente parte integrante della città in cui è nato. Ma le radici lasciano comunque spazio al movimento, che si riflette nello sport, passione che accompagna Piero da sempre, e che lui ha saputo trasformare in lavoro. Tra un impegno e l’altro, riesco a fermarlo per un’intervista in un bar locale, dove i ritmi si fanno più lenti. Rallentiamo anche noi davanti a una fetta di schiacciata che “non posso non assaggiare”, mi sollecita Piero, con orgoglio (fiorentino). I tempi lenti lasciano spazio alle parole, che si fanno storie, come quella del guantone trovato per caso da ragazzo su un campo da baseball, che ha fatto nascere in Piero la passione per uno sport di tradizione americana.

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Un guantone che ha portato a una carriera nel baseball, prima in ambito nazionale, poi internazionale, dove Piero ha ricoperto vari ruoli, viaggiando spesso. “Peccato non sapere l’inglese. Un fattore che in qualche modo ha limitato la mia carriera”, racconta con un filo di rammarico. Un rammarico che ha però dato spazio a qualcosa’altro di prezioso, nato dall’incontro con un primario dell’Unità Spinale dell’Ospedale di Careggi che ha notato l’approccio di Piero allo sport, in cui fondamentali sono la capacità di ragionare sui risultati e la motivazione, in cui “nulla è impossibile”, le partite si perdono, ma si possono di nuovo vincere – come tutte le sfide della vita. Da qui è partito nel 2000 un progetto rivolto a persone colpite da disabilità motoria, con l’obiettivo di coinvolgerle in attività sportiva adattata.

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Attività che si fa mezzo per gareggiare con modalità “nuove”, sentirsi ancora parte attiva nella vita di tutti i giorni, superare barriere. Eppure una barriera rimane, nei ricordi di Piero, quella lingua inglese che ancora non sa, e infatti, dopo avergli spiegato che sono a caccia di desideri per il blog su cui scrivo, risponde convinto “IoVoglio imparare a parlare inglese. Per sentirmi autonomo quando viaggio. Per sentirmi attivo, a mio agio, e non come ci fosse una barriera tra me e gli altri. IoVoglio imparare l’inglese per conoscere, instaurare rapporti – ma anche per me.”

La lingua inglese, così come l’attività sportiva per i disabili motori, per Piero sono innanzitutto strumenti relazionali, utili per (re)inserirsi nella società in maniera partecipe. Sono mezzi per prender parte, far (ri)accadere cose, oltrepassare limiti – tra sé e il mondo, ma anche tra sé e sé – tra sé e quel che si crede di non riuscire (più) a fare. Perché tutto, alla fine, è possibile, se lo vogliamo, se spostiamo la prospettiva del modo in cui siamo abituati a fare – e vedere – le cose.

“Lo imparerò”, mi saluta Piero, riferendosi all’inglese. Lo imparerai, Piero, ne siamo sicuri, come da oggi anche noi impareremo a vedere le barriere – fuori e dentro di noi – con occhi differenti.

Verusca

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”. ~ Alex Zanardi

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