Ho lasciato Marostica a 24 anni per un corso di formazione a Venezia. Avrei dovuto tornare a casa dopo qualche mese, ma a casa non ci sono più tornata.

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A Venezia, ci ho vissuto per 10 anni. Perché mi è capitato, come capitano le cose, le persone, i lavori, nella vita. In questi 10 anni veneziani ho vissuto le esperienze fondanti, le più preziose per me. Per questo se mi chiedono di dove sono, d’istinto rispondo: “Venezia”. Dopo Venezia sono arrivate altre città, che mi hanno fatto da casa per uno o più anni.

Di ogni città conservo ricordi nelle persone care, nei luoghi, nelle strade. Se le persone care si spostano, cambiano città, rimangono le città, i luoghi che le permeano e hanno infuso di senso il mio restare nella città. Se i negozi chiudono, cambiano, si spostano, rimangono le vie, le calli in cui si trovavano. Rimangono i nomi delle strade, delle calli, delle piazze, dei campi, quelli non si modificano, e sono la mia sicurezza. Per questo, arrivata in una nuova città, mi metto subito a impararne la toponomastica. Per motivi pratici, innanzitutto: riuscire a spostarmi. Appena trasferita a Firenze, due anni fa, una sera Andrea mi ha dato appuntamento all’arco di San Pierino. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ricordo di averlo cercato su google maps. Ora ci passo ad occhi chiusi. È ovvio che è lì, che è quel posto.

In ogni città, ho i miei percorsi affettivi, che sollevano ricordi. A Venezia, so che prima o poi, quando ci torno, ho bisogno fisico di percorrere certi luoghi: passare per campo Santa Margherita, con tappa d’obbligo a gustarmi una porzione di pollo alle prugne dai miei amici afghani, attraversare campo San Barnaba con una puntatina al negozio di maschere lì accanto in cui ho lavorato, e arrivare fino alla fondamenta delle Zattere. È lì che lo scenario acqueo – e il mio respiro – si aprono del tutto. Alle Zattere, c’è il dipartimento della mia Università. Rimane ancora intatto dentro, non è cambiato molto, ci entro e respiro l’odore degli esami in corso, l’ansia dipinta sui volti degli studenti che ripassano. Quante attese anch’io seduta per terra, o sulle scale, perché le sedie non bastavano mai, in corridoio. Se ho tempo, dalle Zattere percorro tutto il perimetro della fondamenta esterna fino a Punta della Dogana, per poi tornare indietro tra le calli interne fino al Ponte dell’Accademia. Questo è il mio tragitto della “serenità ritrovata“. Lo percorrevo ogni volta che mi sentivo turbata per qualche cosa, che Venezia mi amplificava una emozione, percorrevo quel tragitto che costeggia il Canal Grande fino a sfociare nel Bacino di San Marco, mi lasciavo quietare dalla placidità dell’acqua, ritornavo serena.

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Venezia, come non pensare a Le città invisibili di Calvino, alle città che “come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”, ai desideri e alle paure che ho sperimentato negli anni a Venezia. Ricordi che ritrovo camminandola, perché le città vanno percorse con i piedi, per farne ricordi. Le città, a viverle e sperimentarle senz’auto, ti si inscrivono nei piedi in maniera indelebile. Le città dentro il corpo. IoVoglio custodire le città in cui ho vissuto dentro di me, sentirle anche quando sono lontane. Se anche non potrò ancora viverle a fondo, ioVoglio custodire ricordi delle città in cui ho vissuto.

Verusca

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno,

che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.   ~ Cesare Pavese

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