A 20 anni mi sembrava normale partire per due settimane di volontariato nella campagna toscana, a prendermi cura di un gruppo di bambini. Oggi, più di vent’anni dopo, mi rendo conto che come decidevo di passare le mie estati all’epoca, non era esattamente come decideva di passarle la maggior parte dei 20enni.

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Altopascio era un nome che risuonava quasi esotico, profumava di cipressi alti e verde sterminato. Era la mia prima volta in Toscana. Partivo da sola, con la mia solita valigia zeppa di curiosità, e di coraggio. Ricordo il viaggio in solitaria da Bassano del Grappa tra cambi di treni fino al recupero in auto da parte dei membri dell’associazione che si occupava del progetto, Gli amici della Zizzi, nome un po’ criptico ed emblematico, che mi trasportava dentro mondi nuovi, affascinanti. Arrivata nel casolare ad Altopascio, mi sono ritrovata ad entrare in relazione con bambini le cui famiglie erano scappate dalla guerra in ex Yugoslavia. Era il 1994. C’era un bambino, di più o meno 6 anni, che di tanto in tanto si copriva le orecchie con le mani, in preda al panico, come se da fuori arrivasse un rumore fortissimo. Ma fuori c’eravamo solo noi, i volontari, pronti a giocare con lui, ad aiutarlo nei compiti. Più tardi ho scoperto che nel suo paese era stato testimone di bombardamenti, era ancora sotto il trauma dei suoni assordanti delle bombe sganciate. Poi c’era M., 10 anni, figlia di genitori marocchini. Eravamo inseparabili. Parlava sempre, di tante cose, aveva un bisogno urgente e bellissimo di essere ascoltata. Non ricordo molto altro di lei, se non che la mattina della mia partenza, che sarebbe stata all’alba, lei voleva che la svegliassi per salutarmi. Mi sono affacciata alla sua camera, l’ho guardata dormire come un angelo, e non ho avuto il coraggio di svegliarla. Lei deve avermi sentita muovere, perché si è svegliata da sola, ed è corsa ad abbracciarmi, sussurrandomi “Perché non mi hai svegliata”.

In quelle due settimane toscane, le nostre giornate erano fatte di gite in trattore per andare a ripulire i boschi dalle foglie, coi rastrelli. La cura per la natura.

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Giornate fatte di turni per apparecchiare e sparecchiare il tavolone all’aperto. La cura per i pasti. Di momenti passati a fare i compiti tutti assieme. La cura per lo studio. Di pane mangiato ancora tiepido, cotto nel forno all’aperto. La cura per il cibo. Di tempo per stare assieme senza fare nulla, se non per stare assieme, appunto, parlando di tante cose, prendendoci in giro e ridendo. Il tempo per le relazioni. Per la spensieratezza. Leggevo l’altro giorno in un articolo, che alcuni eventi della nostra vita lasciano una specie di “impronta di memoria”. E l’impronta che contiene tutte le altre, suggeriva l’articolo, è l’impronta della cura: “Qualsiasi cosa sia accaduta – bella o brutta – il significato che daremo a quell’evento sarà legato a quanto ci siamo sentiti dentro una cura, dentro una attenzione affettuosa”. In quelle mie due settimane di vita toscana, a contatto con i bambini, con la natura, con i piccoli gesti quotidiani, mi sono sentita di continuo dentro una “attenzione affettuosa”. Avevo deciso di vivere quell’esperienza con l’intento di prendermi cura di qualcuno, ma mi sono sentita, al tempo stesso, io stessa “presa in cura”. Dalle risate dei bambini. Dal silenzio del bosco. Dalle relazioni che sono nate, piano, in quei giorni. Iovoglio riempire la mia vita di “attenzioni affettuose”.

Verusca

… tutto quello che accade 
ha una ragione, tu sogna,
dimentica, fiorisci, piangi,
fai le tue cose
ma non farle per te,
falle per il mondo che è vivo
assieme a te, pensa al cielo, alla terra,
all’aria, non staccarti mai dalla natura:
il frutto staccato dall’albero
diventa cieco. 

Franco Arminio