Ogni giorno E. entra in classe con una parrucca diversa.

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Si affaccia puntualmente in ritardo a lezione di italiano, arriva il suo largo sorriso prima di lei, che è minuta, labbra rosso fuoco e movenze sicure sui tacchi. Benché in ritardo, non salta una lezione, e ogni volta ci si chiede di quale colore tingerà l’aula coi suoi capelli. E. è nigeriana. In Africa occidentale l’acconciatura dei capelli ha un profondo significato sociale. Fu attorno al XV secolo, con le prime esplorazioni europee del Continente africano, che iniziarono fenomeni di denigrazione della capigliatura afro, all’interno della più ampia forma di discriminazione verso i neri portati in catene nelle piantagioni di cotone americane. Negli Stati Uniti, dove dominavano i capelli lisci, fu naturale per gli africani ideare strategie di adattamento al luogo: le donne, sentendosi brutte per via dei capelli crespi, e dunque “inferiori”, presero a lisciarsi i capelli o a indossare parrucche.

E. in realtà sembra cambiare parrucca per divertimento, creando effetti di straniamento, in un gioco di colori e lunghezze da cambiare ogni giorno come un cambio d’abito. Mi torna in mente un romanzo la cui protagonista, nigeriana residente negli Stati Uniti, a un certo punto scrive nel suo blog: “Certe donne nere […] correrebbero nude per strada piuttosto che farsi vedere in pubblico con i capelli al naturale. Io non ho li ho mai visti, i capelli naturali di E., però vedo ogni giorno gli sforzi che fa per imparare l’italiano. I suoi ritmi di apprendimento non sono velocissimi. Solo che a breve ci sarà l’esame per ottenere il certificato di fine corso, una bella soddisfazione per tutti loro, un concreto passo in avanti verso una padronanza linguistica che è anche culturale, di integrazione sociale, di possibilità professionali. Lo ricordo ogni giorno, ai miei studenti, quanto è importante venire a lezione, uscire dai loro appartamenti che sanno farsi soffocanti, rischiando di diventare il loro unico mondo, fuori dalla realtà. Ed E. fuori dalla realtà ci sembra spesso, dentro un mondo vaporoso tutto suo. Una volta in cui è più assente e inquieta del solito, mi avvicino e passo all’inglese: “What do you want from life?”, cerco di partire da un ragionamento che vada oltre la scuola. “I wanna make money”, risponde secca. I soldi. Fare soldi. Mi guarda dritta negli occhi, non ha dubbi: i soldi non come mero mezzo di sussistenza, ma come possibilità di. Le possibilità che ora le mancano. Un desiderio simile, è del tutto lecito. Chi non desidera  avere soldi a sufficienza, non solo per (soprav)vivere. Quel che il mio istinto-insegnante mi fa suggerirle, è che per far soldi, un lavoro è necessario, e conoscendo bene l’italiano, è più facile trovare lavoro. L’importanza del corso di italiano, della scuola.

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Dentro di me, c’è una supplica: “E. ti prego prova a studiare seriamente, ti prego fa’ di tutto per superare l’esame. Datti una mano, a raggiungere il tuo desiderio”. Nel mondo dell’IoVoglioTour un desiderio del genere non è tra quelli ammessi. Nel mondo di E., è del tutto naturale. Non esistono altri desideri, se poi si è circondati da una società in cui il troppo straborda, per pochi, ma è lì ben visibile a tutti, nei canali TV che bombardano E. di lustrini e bei vestiti, scene di vite ricche e felici. L’altro giorno un quotidiano recensiva un libro che raccoglie i 99 desideri più votati all’interno del progetto CrowdWish di Bill Griffin, in cui l’autore ha creato un sito che poneva la domanda “Qual è la cosa che desideri di più?”. Il desiderio più votato è stato “Vorrei essere milionario”. E. non è la sola, dunque.

Verusca

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