9e3e2c98-993f-4b36-beb6-2369b9e58638La strada scivola veloce sotto le ruote di Karlacosì me la presenta Riccardo prima di invitarmi a salire sulla sua Opel Karl -, è una domenica mattina d’agosto e chi è rimasto in città ancora sonnecchia al riparo dalla calura. E con la strada corrono rapidi i pensieri, snocciolano uno dopo l’altro in questo viaggio che ci porta da Firenze ad Anghiari. Siamo all’imbocco dell’autostrada, oltre il finestrino un concentrato di verde, mi meraviglio ogni volta a trovarne così tanto lì fuori, lontano dalla città, dal bisogno che ne avrei io, un verde che si schiude tra le corsie di cemento, o con la prospettiva inversa sollevata da Riccardo, un pezzo di verde che è stato soppiantato per farci spazio, a quelle corsie. Le prospettive, gli sguardi che vedono le stesse cose in modo diverso. Siamo in viaggio e viaggia a ritmo serrato il nostro scambio, aggiorno Riccardo sul mondo della poesia in cui mi sono ritrovata a stare, come una “poetessa per caso”. Ridiamo di questa definizione.

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Riccardo, al contrario, pare più “centrato” nel suo ruolo: “Io nasco come programmatore”, mi spiega, e proprio ora sta tornando alla sua formazione iniziale. Da poco collabora con una società di formazione in ambito informatico. In chiusura del suo ultimo corso, mi confessa, è uscita più di una lacrima tra le corsiste. Ci credo eccome, Riccardo ha l’aria di chi, per quanto esperto e capace, sa rimanere genuino nei modi. E mentre parla entriamo in un ambito inaspettato, che mi solletica riflessioni nuove. A cosa associo l’informatica? Visualizzo qualcosa di automatico e sterile, non del tutto umano, lontano dalle relazioni, un po’ robotico. Me ne rendo conto confrontandomi con Riccardo, di quanto possano essere radicati, certi preconcetti. Lui prosegue a parlare ed io a scoprire: un’altra cosa che fa, è aiutare le aziende ad analizzare i loro dati, attività cruciale, che spesso permette di salvare posti di lavoro. L’aspetto umano. Non ci avevo pensato. Mi si apre uno sguardo nuovo sull’informatica. Il filo della scoperta avanza con la parola “ottimizzare”: quel che fa Riccardo nelle aziende, è dare una mano ad ottimizzare il processo di lavoro, ossia rendere semplice ciò che è complicato. Che bello. Semplificare, qualcosa che faccio di continuo quando insegno ai miei studenti stranieri. Se non usassi strategie di semplificazione, la comunicazione si incepperebbe, e di conseguenza il loro processo di apprendimento. Ma ora non stiamo parlando di una materia umanistica, stiamo parlando di analisi di dati, di compiti informatici. Sulla spinta dei pensieri, confido a Riccardo la mia visione dell’informatica, ma lui sottolinea che l’informatica in un certo senso è molto “umana”, essendo nata proprio con l’intento di semplificare il lavoro umano: “Prendi Blaise Pascal, che ogni giorno in azienda vedeva il padre faticare nel calcolo delle somme a mano, e si chiedeva come fare per evitare tanta fatica. È lui ad aver creato la prima macchina calcolatrice, la Pascalina, che ha semplificato la vita ai lavoratori, dando loro – paradossalmente – ritmi più “umani”. Ascolto e penso: Pascal matematico? Lo ricordo come filosofo… mi sento a disagio nella mia prospettiva unilaterale, un po’ rigida. Riccardo suscita osservazioni che scompigliano e scrollano il noto. Il passo dall’informatica alla tecnologia è breve: “La tecnologia di per sé è neutra”, chiarisce Riccardo, “dipende poi dall’uso che ne facciamo noi”.

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Penso alla dipendenza da cellulare, le volte in cui l’ho scordato e sono tornata a casa pur di non starci senza. Guarda come sono messa, come siamo messi. La tecnologia è neutra, ripeto tra me e me, è innocua: siamo noi a darle il significato che ha. E mi stupisce il significato che sta prendendo questo viaggio, il movimento che sta suscitando, il desiderio che sento ora di rendere meno statici certi miei pensieri fissi, di saperne di più. E il desiderio di un programmatore informatico, di Riccardo, qual è? Lui ha pochi dubbi, dice che ci sta pensando da quando gli ho raccontato dell’IoVoglioTour: “Iovoglio trasmettere la passione per l’informatica”. E ce la farai, Riccardo, di sicuro, come hai fatto oggi con me, che dopo 1 ora e 30 di viaggio su strada e nella mente, mi ritrovo a ringraziare silenziosamente Blaise Pascal (e chi come lui) per aver reso più “umano” il lavoro di suo padre – e di tutti noi.
Verusca

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