La mappa mi dice che il fiume che ho davanti si chiama Ayr – così come il paese scozzese in cui mi trovo in vacanza-studio con un gruppo di studenti. Il fiume mi scorre lento davanti: ho scelto di sedermi sul verde accanto a un albero, al riparo dal caos, in cerca di un po’ di silenzio. Mi rigenero dinnanzi all’acqua che non schiamazza e ha solo in mente di arrivare serena all’insenatura non troppo lontano dall’Atlantico, gettarcisi dentro senza troppo clamore. Sono ad Ayr da pochi giorni e già ho la testa piena di cose: i miei studenti da non perdere d’occhio, le richieste e i borbottii, le urgenze e il rumore – spesso per nulla. Il momento dei pasti è piuttosto tragico: mi faccio largo tra la baraonda di adolescenti internazionali che nel rimescolio di chiacchiere in più lingue formano un coro non sempre armonioso da sentire. Eppure li adoro, questi adolescenti che hanno sempre qualcosa da (ri)dire, che sanno di brufoli e allegria – riflesso di energia pura che spinge a vivere sempre a cento all’ora.

Io i miei cento all’ora ancora ce li ho, ma necessitano, di tanto in tanto, di uno stacco di estremo silenzio. Ritorno col pensiero alle sfide al silenzio incontrate già il giorno della partenza: alle 6 di mattina il bar a Linate era chiassoso quanto alunni in attesa ai cancelli della scuola. Sembrava che mezza Italia fosse lì sul punto di partire – assieme a me. Mi rivedo circondata da persone in versione viaggio ovunque, tutti ingombri di valigie ed euforia, pronti a partire per non importa dove: “andare in vacanza” è qualcosa che si basta da sé. Rivedo me che sfido quel chiasso mattutino un po’ a disagio e mi ripeto come un mantra che è giusto così, sono dentro un aeroporto, in fondo è luglio tempo di vacanze, ma le mie orecchie non sono abituate e cercano riparo al fracasso. Invano.

 

Faccio la fila buona buona all’unico bar strepitante, sognavo una colazione lenta e riposante invece scanso a fatica la folla e mi ricavo uno spazietto sul bancone con sgabello, vorrei sparire invisibile ma il mio metro e 80 si nota fin da seduta così fingo indifferenza, sognavo di mettermi a scrivere sul portatile ispirata dal silenzio dell’alba invece mi ritrovo stipata a tentare di non rovesciare il cappuccino sul trio latinoamericano che mi parla animatamente a fianco, penso ma sì dai, stanno per prendere il volo, sono emozionati, che vuoi che sia un po’ di animata conversazione?? Fingo di non sentire ma le urla al sapore di caffeina mi invadono il cervello. Chissà se sono dovute alla caffeina – mi chiedo con mezzo sorriso.

Mezzo perché da sorridere qui non c’è molto: sono fuori dal letto dalle 5. Ho stipato sbadigli e ultime cose in valigia e sono uscita dall’albergo dentro una Milano buia di pace. In giro ancora poche luci e pochi passanti, molto sonno-lenti. Bello. L’alba, un momento di rigenerazione prima della frenesia del giorno. Mi sono infilata nel taxi e pure il tassista era in vena di parlare, ripeteva tu non sai quant’è vicina la Centrale a Linate, pochi km davvero, un city airport, un aeroporto dentro la città, ed io pensavo sia lodato questo city airport, ché altri 10 minuti ad ascoltare non li avrei retti. Il mio tempo del mattino è un po’ lento, necessita di attimi di silenziosità per re-infilarmi nel ciclo attivo del giorno. Non so se vale per tutti, ma trovo per me estremamente importante riuscire ad alternare momenti di energetico trambusto e quiete assoluta. Solo che non è sempre facile: la vita ti richiede attenzioni continue, ti tira per il braccio appena cerchi di crearti uno spazio di riposo privo di parole. Spesso strafaccio per questa mia (s)mania di dire sempre sì ai ritmi chiassosi della vita.

Ora sono in Scozia circondata da vitalità estrema – ho perso il conto dei giovani schiamazzanti che girovagano per il college da mattina a sera, incuranti del mondo attorno. Eppure avverto anche ora il bisogno di ricavarmi brevi momenti di non-suono. Le mie nuove colleghe qui lo hanno già capito. Altri lo capiranno. Io voglio imparare a godermi il mio silenzio senza sentirmi in colpa per non starmene di continuo dentro il flusso assordante delle cose che strepitano. Io voglio imparare a calibrare il caos e il silenzio della vita, i pieni rumorosi e i vuoti silenziosi.

Verusca

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