Quando ho scattato la foto qui sopra mancava davvero poco per arrivare a San Quirico d’Orcia. Di km ne avevo già fatti, a piedi, quasi 27, ero stanca, iniziava a fare buio e avevo decisamente fame. Ma ero felice. No, forse felice è una sensazione troppo vaga ché quando dici che sei felice gli altri ti guardano un po’ strano come se la felicità fosse nello stesso tempo normale, ma impossibile.

Quindi diciamo che ero tranquilla, mi sentivo nel qui e ora giusto, quello che si basta da sé e OK che avrei tanto avuto bisogno di un letto su cui stendermi e della qualunque da mangiare, ma in realtà tutto si auto-completava da solo, così, semplicemente.

Prima di partire per questa strana e avventata, appunto, avventura di tre giorni di cammino su un pezzetto della via Francigena, la mia testa ha iniziato a fare i capricci, condizionata da quel che gli altri le dicevano (“Tu che vai a camminare per 75 km?! Pazza!”) e influenzata da tutto quel che era stato fino a quel momento, ossia poco movimento e una tendenza, per tutto quel che non è uno sforzo intellettuale, a tirarsi indietro, maturata, a torto, in anni in cui ero imprigionata in una me non me e in situazioni che tiravo avanti come fa un mulo, guardando a terra e mai intorno a me.

Camminare è stato salutare per il corpo e ossigeno per la testa: sono partita con un obiettivo che era quello di sistemare uno degli ultimi mattoncini della mia vita. Un po’ di tempo fa, a un certo punto, sono impazziti: alcuni si sono rotti, altri hanno cambiato colore, altri ancora avevano angoli smussati là dove prima erano appuntiti e tutto d’un tratto, mentre provavo a rimetterli insieme così come erano prima, mi sono accorta che no, niente era più come prima. Che da lì in avanti sarebbe stato diverso e che per farlo essere ancora più bello mi sarei dovuta impegnare: avrei dovuto piangere, ridere, disperarmi ed entusiasmarmi; conoscere, esplorare, dimenticare e poi ricordare; fare cose per la prima volta e non stancarmi di farne altre che conosco da sempre. Amare per la gioia di dare e aprire il mio cuore sempre per ricevere con proattività l’affetto e l’amore di chi mi sta intorno.

Ho ricucito il cuore in mille pezzi e l’ho fatto diventare una piccola opera d’arte. Ma c’erano alcuni punti ancora da dare e camminare, parlare con dei vecchietti (non dirglielo che li chiamo così) che non solo hanno ascoltato, ma anche dato pareri più che lucidi su importanti questioni esistenziali, allontanarmi dal mio mondo per entrare in un altro che anche se non è il mio solito, sì, può essere comunque mio, mi ha fatto trovare il filo, poi l’ago e anche la voglia di completare il lavoro.

Se lo guardi vedi fili di diversi colori, nodini di qua e nodini di là. Ma se ci passi sopra la mano e chiudi gli occhi, puoi sentire che insieme, tutti quei punti, formano il mio nome. Sono io, finalmente e sono fiera di esserlo.

Oggi sono un po’ malinconica e #iovoglio che la malinconia ci sia un po’ sempre, perché senza non ci sarebbe tutto il resto.

 

Questo post l’ho scritto io, che mi chiamo Raffaella e sono l’ultima arrivata qui sopra. Quindi ciao a te che leggi, spero ci si incontri ancora, qui o altrove J.

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