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IoVoglioTour

IoVoglio sapere cosa voglio veramente

Talvolta incontro persone che non hanno desideri. O meglio: non sanno cosa desiderare, non si sono (mai?) poste la domanda. Da una parte, è un buon segno: forse queste persone sono felici così, appagate con quanto hanno già raggiunto. Dall’altra, mi chiedo come sia possibile non sentire la spinta verso qualcosa “in più” oltre lo stato in cui ci si trova, verso lo sconosciuto, l’inatteso, una qualche progettualità nuova, che possa dare forma e sapore insoliti a pratiche quotidiane note.

C’è una favola che mi viene in mente, “Il Castello della Strega Buggerona” (Enrico e Filippo Zoi, Favole per Irene, Sarnus 2018).

Cecilia aveva un unico desiderio, il giorno del suo compleanno: andarsene al mare con Oscar. Solo che arrivati al mare, si trovano davanti, sulla sabbia, qualcosa di decisamente inaspettato: un castello!

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Incuriositi, ci si intrufolano dentro, e si trovano immersi in tanta luce, e in una miriade di quadri. A un certo punto notano un quaderno in un angolo, con una poesia: “Che cosa ti piace, bambina? / Ascolta il tuo cuor, piccolina! / Se il desiderio scoprirai / anche l’uscita troverai”. Ad Oscar pare proprio una mossa da Strega Buggerona, quella birichina che si diverte a far scherzetti e indovinelli ai malcapitati. Ora Cecilia, per poter uscire, dovrà “individuare il suo desiderio più vero e profondo”. D’un tratto anche i quadri ci si mettono di mezzo, cadendo e lasciando posto a porte, che a loro volta si schiudono su altri quadri: Cecilia, “una volta indovinato il desiderio, avrebbe dovuto scegliere il quadro che lo rappresentava e da lì uscire.” Cecilia si mette a osservare quadro dopo quadro con attenzione, senza che avvenga nulla, fino a spazientirsi: “come era difficile indovinare i propri desideri!”.

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Ma ecco che viene attratta da un quadro dal paesaggio marino: una spiaggia deserta e un mare in burrasca. Che sia la volta buona? Afferra la mano di Oscar e si tuffa dentro il quadro, attraversa “tempeste di sabbia e di fuoco, ponti sospesi nel vuoto”, sorvola “vallate di gnomi colorati e saltellanti, navigando su mari di lava”… fino a ritrovarsi fuori, nel tratto di mare esatto in cui era comparso il castello . Ma il castello non c’è più, sparito come in un sogno, e la sera i ragazzi raccontano ai propri cari di aver trascorso una bella giornata al mare. Perché quello era il (vero) desiderio di Cecilia.

Ci sono desideri e desideri – e vanno tutti bene. Sono un richiamo che parte dal nostro nocciolo interno, la nostra essenza più vera e profonda che si fa voce, e (ci) parla chiedendoci qualcosa. Come suggerisce Igor Sibaldi, che all’argomento ha dedicato spazio e riflessioni, i desideri sono vere e proprie guide in grado di mostrarci il percorso da intraprendere per realizzarci “pienamente” – realizzare il nostro potenziale nascosto. Sono segnali importanti, per divenire consapevoli della via da seguire per dar forma al tipo di vita che davvero vogliamo – con coraggio. Perché nel coraggio, sta la spinta al e del desiderio. Come Cecilia ha trovato il coraggio di tuffarsi dentro il quadro, superando mari in tempesta, ponti e vallate, per raggiungere il suo desiderio, sta a noi armarci della forza necessaria per lasciare la nostra “comfort zone” e affrontare i rischi del nuovo, dell’ignoto: non ne vale la pena, per vivere una vita davvero autentica? A ognuno di noi la propria risposta.

Illustrazione (Castello della Strega Buggerona) di Filippo Zoi

Verrà il giorno in cui vi mancherà una sola cosa, e non sarà l’oggetto del vostro desiderio, ma il desiderio. ~ Marcel Jouhandeau

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Dall’Iraq a Firenze: i desideri dei bambini nel mondo

Ha un volto sorridente e acceso dal sole, Jafer. Nel suo Paese, l’Iraq, di sole ce n’è parecchio, ogni giorno. E ogni giorno lui quel sole se lo vive sui piedi e sulla pelle, perché impiega 90 minuti per raggiungere la scuola, e altrettanti per tornare a casa.

blog4Per strada il sole è cocente e di acqua ce n’è poca. In Iraq non ci sono mai stata, ma mi sembra di esserci, con gli occhi e la mente, dopo aver visto 199 Little Heroes all’interno del Middle East Now, Festival Internazionale di cinema e cultura contemporanea sul Medio Oriente. Si tratta di una serie di mini documentari girati in tutto il mondo. Ritraggono bambini tra i 9 e i 12 anni in un momento particolare della loro giornata: il viaggio da casa a scuola. Il tragitto verso scuola è una esperienza comune per milioni di bambini, ovunque. Quel che cambia, è come avviene questa esperienza, con quali mezzi e in quali condizioni. Con gli occhi, nel docufilm seguiamo bambini in Paesi come il Sud Africa, la Germania, l’India, la Giordania, il Messico, la Grecia, e tramite i loro occhi osserviamo paesaggi naturali e urbani cambiare. E li ascoltiamo parlare, questi bambini, nella loro voce vera, nella loro lingua materna, sottotitolata in inglese per noi. Ci dischiudono sogni e speranze, progetti e paure – la guerra, il lavoro minorile, i problemi ambientali –, ma anche piccole gioie, come la bellezza della natura, l’importanza dell’amicizia. Tutti condividono un sogno, quello che il mondo diventi un posto migliore, più sicuro, felice.

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Che dette così, forse a noi adulti certe cose suonano un po’ ingenue, scontate. Ma quelli sono gli occhi dei bambini – non i nostri. Gli occhi di chi sente in maniera “pura”, genuina, gli occhi di chi è da poco sbocciato alla vita. Che però ne sa già anche troppo, di questa vita, perché alcune cose le vive su di sé (la guerra? La scarsità d’acqua?), ma non per questo smette di sperare. Ogni minuto dato a un bambino – e non soltanto – è utile per desiderare. Mi vengono in mente i bambini che questo weekend hanno animato Firenze all’interno del Festival Firenze dei bambini. Durante la passeggiata a tappe per la città Segui Leonardo, hanno alzato le loro voci in cori di desideri, per chiedere la loro città ideale:

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IoVoglio più amore, meno macchine e meno rifiuti”, “IoVoglio più musica, più verde e meno muri”, “IoVoglio vedere più stelle nel cielo”, “IoVoglio far rumore per un mondo migliore”: desideri in cammino per Firenze, ma che potrebbero camminare per qualsiasi altra città del mondo, forse anche quella di Jafer. Alla fine della suo, di cammino verso scuola, anche Jafer ci confessa i suoi desideri: “IoVoglio riuscire a finire la scuola”. Perché per chi deve compiere ogni giorno 90 minuti per andarci, non è così scontato arrivare alla fine del ciclo scolastico. E anche Jafer, come i bimbi di Firenze, pensa al suo Paese quando aggiunge “IoVoglio che il mio Paese diventi moderno”. Un “vero Paese moderno”, con mezzi pubblici e acqua a volontà, che forse Jafer ha visto alla TV. Sono desideri quasi “da grande”, questi del piccolo Jafer. E ancora un pensiero per la scuola, in grande: “IoVoglio che tutti i bambini vadano a scuola”. E il docufilm si chiude con un ultimo desiderio negli occhi accesi di Jafer: “IoVoglio vedere una partita del Real Madrid contro il Bayern Monaco”. Finalmente un desiderio da bambino. Grazie Jafer, grazie bambini di Firenze, grazie bambini del mondo.

Verusca

Ed è negli occhi del bimbo, nei suo occhi scuri e profondi, come notti in bianco, che nasce la luce. – Paul Éluard

Desideri di donne elettriche che tengono acceso il mondo

Sono una donna elettrica. Ho dentro il corpo scosse di dolore che mi tengono sempre accesa. Sono diventata elettrica 4 anni fa dopo un intervento chirurgico, ma i dottori sostengono che ero elettrica già prima. Che fa parte di me, al pari degli occhi marrone scuro o del neo sul mento. Che forse è vero, perché non ricordo un attimo senza entusiasmo – una scossa elettrica, come la sento io – per andare avanti nella vita ed esplorare luoghi e situazioni, conoscere persone.

Da quando è arrivata l’elettricità dentro – sotto forma di un nervo piccolino e poco conosciuto che si è fatto iperacceso – sono iperaccesa pure io. Non che prima fossi spenta (12 case e 12 lavori negli ultimi 12 anni!). Quel che è arrivato, assieme al nervetto acceso, non è solo il dolore fisico, sotterraneo, intenso e improvviso, ma alcune consapevolezze. Che quando il nervo si risveglia e preme dentro facendomi perdere l’equilibrio, o mi fa formicolare i piedi rendendomi difficile camminare, in realtà mi consiglia di fermarmi un attimo a riposare, a contatto con la terra, respirare assieme a lei. Farmi radice.

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Quando il nervetto mi crea confusione tanto da farmi perdere l’orientamento in strade che conosco bene, in realtà mi sta facendo perdere fuori, per farmi (ri)trovare dentro. Mi ricorda che anche dentro ha bisogno di cura, di trovarsi, trovare uno spazio che sia nido. Che quello spazio lo vuole, il mio nervetto, fatto di silenzio, un silenzio pieno delle cose che ho visto e vissuto. Un posto dove mettere ordine in tutto quel che mi fa essere quel che sono oggi, una donna elettrica con un nervo dentro che produce tanta energia, una donna che quell’energia ama metterla a servizio degli altri, del mondo, per sostenerlo, in un certo senso, nella sua sopravvivenza, per far sì che rimanga aperto e dinamico, pronto a conoscere, alimentarsi di forza nuova, di bellezza. Un mondo che si metta a riposo quando serve, nel buio della notte, ma quando si accende, lo faccia con gioia e coscienza, con nuovo desiderio, perché il desiderio, alla fine, è sorgente di vita. E il mio desiderio, sorrido, ha consistenza di energia elettrica e forma di nervetto. È proprio quel nervo che mi spinge a desiderare, ogni giorno. È la mia benzina. Ripenso a un’altra donna elettrica, a modo suo, che di benzina ne ha molta.

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Rachel è arrivata una sera di luglio 2018 come un’ondata imprevista di scirocco in un giorno d’autunno. Mi ha sorriso dalle scale, due valigie grandi quanto lei: “Hola Verusca, que tal?”, con uno sguardo spagnolo di sole a inondare l’ingresso. È stata mia ospite per 3 settimane, frequentando una scuola per imparare l’italiano. Fare amicizia e trovarsi bene è stato questione di poco, anche per via del suo desiderio, confessato subito senza esitazione: “IoVoglio stare in compagnia. Conoscere persone e ridere, tornare a stare bene”. Rachel mi ha confidato la fine di una storia d’amore importante, la solitudine, il desiderio di socialità. L’ho vista poco, quelle 3 settimane. Dopo un solo giorno aveva fatto amicizia con i compagni di corso e stava sempre con loro. La ricordo rientrare una sera zoppicando: un signore un po’ massiccio le aveva pestato per sbaglio l’unghia del piede. Uno scherzetto come quelli del mio nervo, colpire i piedi.. ma nessuna rabbia nel racconto di Rachel, che non si è fermata neppure dopo la fasciatura con scarpa ortopedica. “Non posso saltare le lezioni”, mi salutava allegra e zoppicante al mattino. “Non posso saltare l’aperitivo”, mi salutava allegra e zoppicante la sera. Mai una smorfia di dolore, un lamento. Solo sorrisi di sole, e un’energia, dentro, pari a quella del mio nervetto. Rachel ha lasciato Firenze con poco italiano ma molti amici che volevano restare in contatto con lei. La città ha goduto della sua energia prorompente per 3 intere settimane. Alla fine, forse, non tutti i nervi accesi o le unghie pestate vengon per nuocere. Ben vengano le donne elettriche che, con la loro energia dentro, contribuiscono a tenere acceso il mondo.

Verusca

Le donne non sono mai così forti come quando si armano della loro debolezza. ~ Marie de Vichy

Illustrazione di Valentina D’Andrea

 

Piero e lo sport: oltre ogni barriera, e con nuovi desideri

Piero mi saluta con una battuta. È un suo modo per entrare in relazione, te la lancia appena ti vede, quella battuta, come lancerebbe una palla agli studenti nelle sue ore di Educazione Fisica. Sta a te, poi, acchiapparla o meno, rilanciarla o meno, come in una partita vera e propria. È una battuta dal sapore solitamente fiorentino, come fiorentino è Piero, solide radici di chi si sente parte integrante della città in cui è nato. Ma le radici lasciano comunque spazio al movimento, che si riflette nello sport, passione che accompagna Piero da sempre, e che lui ha saputo trasformare in lavoro. Tra un impegno e l’altro, riesco a fermarlo per un’intervista in un bar locale, dove i ritmi si fanno più lenti. Rallentiamo anche noi davanti a una fetta di schiacciata che “non posso non assaggiare”, mi sollecita Piero, con orgoglio (fiorentino). I tempi lenti lasciano spazio alle parole, che si fanno storie, come quella del guantone trovato per caso da ragazzo su un campo da baseball, che ha fatto nascere in Piero la passione per uno sport di tradizione americana.

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Un guantone che ha portato a una carriera nel baseball, prima in ambito nazionale, poi internazionale, dove Piero ha ricoperto vari ruoli, viaggiando spesso. “Peccato non sapere l’inglese. Un fattore che in qualche modo ha limitato la mia carriera”, racconta con un filo di rammarico. Un rammarico che ha però dato spazio a qualcosa’altro di prezioso, nato dall’incontro con un primario dell’Unità Spinale dell’Ospedale di Careggi che ha notato l’approccio di Piero allo sport, in cui fondamentali sono la capacità di ragionare sui risultati e la motivazione, in cui “nulla è impossibile”, le partite si perdono, ma si possono di nuovo vincere – come tutte le sfide della vita. Da qui è partito nel 2000 un progetto rivolto a persone colpite da disabilità motoria, con l’obiettivo di coinvolgerle in attività sportiva adattata.

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Attività che si fa mezzo per gareggiare con modalità “nuove”, sentirsi ancora parte attiva nella vita di tutti i giorni, superare barriere. Eppure una barriera rimane, nei ricordi di Piero, quella lingua inglese che ancora non sa, e infatti, dopo avergli spiegato che sono a caccia di desideri per il blog su cui scrivo, risponde convinto “IoVoglio imparare a parlare inglese. Per sentirmi autonomo quando viaggio. Per sentirmi attivo, a mio agio, e non come ci fosse una barriera tra me e gli altri. IoVoglio imparare l’inglese per conoscere, instaurare rapporti – ma anche per me.”

La lingua inglese, così come l’attività sportiva per i disabili motori, per Piero sono innanzitutto strumenti relazionali, utili per (re)inserirsi nella società in maniera partecipe. Sono mezzi per prender parte, far (ri)accadere cose, oltrepassare limiti – tra sé e il mondo, ma anche tra sé e sé – tra sé e quel che si crede di non riuscire (più) a fare. Perché tutto, alla fine, è possibile, se lo vogliamo, se spostiamo la prospettiva del modo in cui siamo abituati a fare – e vedere – le cose.

“Lo imparerò”, mi saluta Piero, riferendosi all’inglese. Lo imparerai, Piero, ne siamo sicuri, come da oggi anche noi impareremo a vedere le barriere – fuori e dentro di noi – con occhi differenti.

Verusca

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”. ~ Alex Zanardi

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IoVoglio custodire ricordi delle città in cui ho vissuto

Ho lasciato Marostica a 24 anni per un corso di formazione a Venezia. Avrei dovuto tornare a casa dopo qualche mese, ma a casa non ci sono più tornata.

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A Venezia, ci ho vissuto per 10 anni. Perché mi è capitato, come capitano le cose, le persone, i lavori, nella vita. In questi 10 anni veneziani ho vissuto le esperienze fondanti, le più preziose per me. Per questo se mi chiedono di dove sono, d’istinto rispondo: “Venezia”. Dopo Venezia sono arrivate altre città, che mi hanno fatto da casa per uno o più anni.

Di ogni città conservo ricordi nelle persone care, nei luoghi, nelle strade. Se le persone care si spostano, cambiano città, rimangono le città, i luoghi che le permeano e hanno infuso di senso il mio restare nella città. Se i negozi chiudono, cambiano, si spostano, rimangono le vie, le calli in cui si trovavano. Rimangono i nomi delle strade, delle calli, delle piazze, dei campi, quelli non si modificano, e sono la mia sicurezza. Per questo, arrivata in una nuova città, mi metto subito a impararne la toponomastica. Per motivi pratici, innanzitutto: riuscire a spostarmi. Appena trasferita a Firenze, due anni fa, una sera Andrea mi ha dato appuntamento all’arco di San Pierino. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ricordo di averlo cercato su google maps. Ora ci passo ad occhi chiusi. È ovvio che è lì, che è quel posto.

In ogni città, ho i miei percorsi affettivi, che sollevano ricordi. A Venezia, so che prima o poi, quando ci torno, ho bisogno fisico di percorrere certi luoghi: passare per campo Santa Margherita, con tappa d’obbligo a gustarmi una porzione di pollo alle prugne dai miei amici afghani, attraversare campo San Barnaba con una puntatina al negozio di maschere lì accanto in cui ho lavorato, e arrivare fino alla fondamenta delle Zattere. È lì che lo scenario acqueo – e il mio respiro – si aprono del tutto. Alle Zattere, c’è il dipartimento della mia Università. Rimane ancora intatto dentro, non è cambiato molto, ci entro e respiro l’odore degli esami in corso, l’ansia dipinta sui volti degli studenti che ripassano. Quante attese anch’io seduta per terra, o sulle scale, perché le sedie non bastavano mai, in corridoio. Se ho tempo, dalle Zattere percorro tutto il perimetro della fondamenta esterna fino a Punta della Dogana, per poi tornare indietro tra le calli interne fino al Ponte dell’Accademia. Questo è il mio tragitto della “serenità ritrovata“. Lo percorrevo ogni volta che mi sentivo turbata per qualche cosa, che Venezia mi amplificava una emozione, percorrevo quel tragitto che costeggia il Canal Grande fino a sfociare nel Bacino di San Marco, mi lasciavo quietare dalla placidità dell’acqua, ritornavo serena.

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Venezia, come non pensare a Le città invisibili di Calvino, alle città che “come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”, ai desideri e alle paure che ho sperimentato negli anni a Venezia. Ricordi che ritrovo camminandola, perché le città vanno percorse con i piedi, per farne ricordi. Le città, a viverle e sperimentarle senz’auto, ti si inscrivono nei piedi in maniera indelebile. Le città dentro il corpo. IoVoglio custodire le città in cui ho vissuto dentro di me, sentirle anche quando sono lontane. Se anche non potrò ancora viverle a fondo, ioVoglio custodire ricordi delle città in cui ho vissuto.

Verusca

Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno,

che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa.   ~ Cesare Pavese

IoVoglio riempire la mia vita di attenzioni affettuose

A 20 anni mi sembrava normale partire per due settimane di volontariato nella campagna toscana, a prendermi cura di un gruppo di bambini. Oggi, più di vent’anni dopo, mi rendo conto che come decidevo di passare le mie estati all’epoca, non era esattamente come decideva di passarle la maggior parte dei 20enni.

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Altopascio era un nome che risuonava quasi esotico, profumava di cipressi alti e verde sterminato. Era la mia prima volta in Toscana. Partivo da sola, con la mia solita valigia zeppa di curiosità, e di coraggio. Ricordo il viaggio in solitaria da Bassano del Grappa tra cambi di treni fino al recupero in auto da parte dei membri dell’associazione che si occupava del progetto, Gli amici della Zizzi, nome un po’ criptico ed emblematico, che mi trasportava dentro mondi nuovi, affascinanti. Arrivata nel casolare ad Altopascio, mi sono ritrovata ad entrare in relazione con bambini le cui famiglie erano scappate dalla guerra in ex Yugoslavia. Era il 1994. C’era un bambino, di più o meno 6 anni, che di tanto in tanto si copriva le orecchie con le mani, in preda al panico, come se da fuori arrivasse un rumore fortissimo. Ma fuori c’eravamo solo noi, i volontari, pronti a giocare con lui, ad aiutarlo nei compiti. Più tardi ho scoperto che nel suo paese era stato testimone di bombardamenti, era ancora sotto il trauma dei suoni assordanti delle bombe sganciate. Poi c’era M., 10 anni, figlia di genitori marocchini. Eravamo inseparabili. Parlava sempre, di tante cose, aveva un bisogno urgente e bellissimo di essere ascoltata. Non ricordo molto altro di lei, se non che la mattina della mia partenza, che sarebbe stata all’alba, lei voleva che la svegliassi per salutarmi. Mi sono affacciata alla sua camera, l’ho guardata dormire come un angelo, e non ho avuto il coraggio di svegliarla. Lei deve avermi sentita muovere, perché si è svegliata da sola, ed è corsa ad abbracciarmi, sussurrandomi “Perché non mi hai svegliata”.

In quelle due settimane toscane, le nostre giornate erano fatte di gite in trattore per andare a ripulire i boschi dalle foglie, coi rastrelli. La cura per la natura.

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Giornate fatte di turni per apparecchiare e sparecchiare il tavolone all’aperto. La cura per i pasti. Di momenti passati a fare i compiti tutti assieme. La cura per lo studio. Di pane mangiato ancora tiepido, cotto nel forno all’aperto. La cura per il cibo. Di tempo per stare assieme senza fare nulla, se non per stare assieme, appunto, parlando di tante cose, prendendoci in giro e ridendo. Il tempo per le relazioni. Per la spensieratezza. Leggevo l’altro giorno in un articolo, che alcuni eventi della nostra vita lasciano una specie di “impronta di memoria”. E l’impronta che contiene tutte le altre, suggeriva l’articolo, è l’impronta della cura: “Qualsiasi cosa sia accaduta – bella o brutta – il significato che daremo a quell’evento sarà legato a quanto ci siamo sentiti dentro una cura, dentro una attenzione affettuosa”. In quelle mie due settimane di vita toscana, a contatto con i bambini, con la natura, con i piccoli gesti quotidiani, mi sono sentita di continuo dentro una “attenzione affettuosa”. Avevo deciso di vivere quell’esperienza con l’intento di prendermi cura di qualcuno, ma mi sono sentita, al tempo stesso, io stessa “presa in cura”. Dalle risate dei bambini. Dal silenzio del bosco. Dalle relazioni che sono nate, piano, in quei giorni. Iovoglio riempire la mia vita di “attenzioni affettuose”.

Verusca

… tutto quello che accade 
ha una ragione, tu sogna,
dimentica, fiorisci, piangi,
fai le tue cose
ma non farle per te,
falle per il mondo che è vivo
assieme a te, pensa al cielo, alla terra,
all’aria, non staccarti mai dalla natura:
il frutto staccato dall’albero
diventa cieco. 

Franco Arminio

IoVoglio esplorare la vita seguendo l’istinto

Dentro al locale c’è un juke-box multi-colore molto vintage che occhieggia da un angolo: lo noto subito, profuma di Happy Days, Fonzie e i fratelli Cunningham, le ore da bambina davanti alla TV prima di cena, la mamma che chiama “È pronto!” e la fatica a schiodarsi dal divano.

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Invece ora sono qui a Edimburgo, parecchi anni e parecchie esplorazioni dopo, dentro questo locale scovato per caso, seduta a un tavolino rosso-plastica che fa molto Stati Uniti e pancakes sciropposi. Sono finita in questo locale scozzese, circondata da litri di ketchup e qualche giovane del luogo pronto ad affrontare birre giganti con lo sguardo piuttosto gaudente. Mi capitano cose belle, e “fortunate”, da sempre e senza troppo cercarle, nelle mie esplorazioni: ad esempio avevo una gran voglia di zuppa stasera per cena, così mi sono sfilata dalla High Street, – arteria centrale ricolma di negozi e ristoranti piuttosto turistici – e gli occhi hanno puntato a distanza un cartello con scritta nero su bianco, attraente il tanto che basta: “The City Café. Food served”.

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Esattamente quello di cui avevo bisogno: un locale laterale poco battuto dai turisti, cibo caldo, un’atmosfera distesa.

Mi considero un’esploratrice: mi diverto a esplorare ciò che mi sta attorno, sempre alla ricerca di. Non so bene cosa, so che sono curiosa. Mi piace ficcarci il naso, nelle cose, con pro-rompenza: come mi ha fatto notare una volta Alessandro, ho una personalità pro-rompente, “pro”, che manda avanti e spezza, rompo e scardino situazioni tramite questo movimento di gettarmi in avanti nella vita, come se fossi una rolling stone – in un ciclo esplorativo senza sosta.

Il mio istinto esploratore oggi mi ha fatto lasciare il resto del gruppo e andarmene in giro per conto mio nelle 3 ore di tempo libero. Tutti desiderosi di correre a fare shopping no-stop, e il mio istinto invece che mi suggeriva di rallentare un po’. L’istinto mi fa: “Verusca, cosa hai voglia di fare, davvero?”, e il mio Sé più autentico risponde: “Iovoglio starmene seduta in un bar a leggere, e poi andarmene a mangiare una zuppa calda ”.

Di bar pullula la città, mi rinchiudo in una caffetteria dotata di soffici divanetti, cappuccino schiumoso come dose di coccola giornaliera, e tanta voglia di tuffarmi nel mio libro, un romanzo molto divertente di un autore scozzese, che contiene tante micro-storie di buffi personaggi che vivono nella stessa via a Edimburgo e lentamente finiscono per incrociarsi. Così ora che mi ritrovo proprio nella loro città, sento ancora più forte il desiderio di leggermi qualche capitolo: io e i personaggi assieme dentro la stessa città. L’istinto mi sta facendo bene, mi sento cullare in questa pausa che mi sono concessa a esplorare la città in maniera “diversa”: tramite le pagine di un libro.

Quel che segue dopo è un giro “vero” per la città, a esplorarla con gli occhi e i piedi: finisco appunto a “The City Café” che è quel che cercavo, che mi serve una zuppa calda al sapore di cumino accompagnata da pane tiepido. Sto bene. Sono grata al mio istinto – e a me che lo seguo! – che mi sta donando questo benessere così prezioso per me ora. Non ho tempo per esplorare il locale come vorrei, le cameriere sono cortesi e sorridenti, sento che avrebbero due parole da scambiare, sento che i giovani seduti accanto avrebbero storie da raccontare, di sicuro desideri. Ma è ora di tornare dal resto del gruppo, con una convinzione bella e pulita, sana: “Iovoglio esplorare la vita seguendo l’istinto”, che mi porta sempre dentro quel che davvero voglio.

Verusca

 

 

“I wanna make money”: la spinta sociale ai desideri

Ogni giorno E. entra in classe con una parrucca diversa.

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Si affaccia puntualmente in ritardo a lezione di italiano, arriva il suo largo sorriso prima di lei, che è minuta, labbra rosso fuoco e movenze sicure sui tacchi. Benché in ritardo, non salta una lezione, e ogni volta ci si chiede di quale colore tingerà l’aula coi suoi capelli. E. è nigeriana. In Africa occidentale l’acconciatura dei capelli ha un profondo significato sociale. Fu attorno al XV secolo, con le prime esplorazioni europee del Continente africano, che iniziarono fenomeni di denigrazione della capigliatura afro, all’interno della più ampia forma di discriminazione verso i neri portati in catene nelle piantagioni di cotone americane. Negli Stati Uniti, dove dominavano i capelli lisci, fu naturale per gli africani ideare strategie di adattamento al luogo: le donne, sentendosi brutte per via dei capelli crespi, e dunque “inferiori”, presero a lisciarsi i capelli o a indossare parrucche.

E. in realtà sembra cambiare parrucca per divertimento, creando effetti di straniamento, in un gioco di colori e lunghezze da cambiare ogni giorno come un cambio d’abito. Mi torna in mente un romanzo la cui protagonista, nigeriana residente negli Stati Uniti, a un certo punto scrive nel suo blog: “Certe donne nere […] correrebbero nude per strada piuttosto che farsi vedere in pubblico con i capelli al naturale. Io non ho li ho mai visti, i capelli naturali di E., però vedo ogni giorno gli sforzi che fa per imparare l’italiano. I suoi ritmi di apprendimento non sono velocissimi. Solo che a breve ci sarà l’esame per ottenere il certificato di fine corso, una bella soddisfazione per tutti loro, un concreto passo in avanti verso una padronanza linguistica che è anche culturale, di integrazione sociale, di possibilità professionali. Lo ricordo ogni giorno, ai miei studenti, quanto è importante venire a lezione, uscire dai loro appartamenti che sanno farsi soffocanti, rischiando di diventare il loro unico mondo, fuori dalla realtà. Ed E. fuori dalla realtà ci sembra spesso, dentro un mondo vaporoso tutto suo. Una volta in cui è più assente e inquieta del solito, mi avvicino e passo all’inglese: “What do you want from life?”, cerco di partire da un ragionamento che vada oltre la scuola. “I wanna make money”, risponde secca. I soldi. Fare soldi. Mi guarda dritta negli occhi, non ha dubbi: i soldi non come mero mezzo di sussistenza, ma come possibilità di. Le possibilità che ora le mancano. Un desiderio simile, è del tutto lecito. Chi non desidera  avere soldi a sufficienza, non solo per (soprav)vivere. Quel che il mio istinto-insegnante mi fa suggerirle, è che per far soldi, un lavoro è necessario, e conoscendo bene l’italiano, è più facile trovare lavoro. L’importanza del corso di italiano, della scuola.

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Dentro di me, c’è una supplica: “E. ti prego prova a studiare seriamente, ti prego fa’ di tutto per superare l’esame. Datti una mano, a raggiungere il tuo desiderio”. Nel mondo dell’IoVoglioTour un desiderio del genere non è tra quelli ammessi. Nel mondo di E., è del tutto naturale. Non esistono altri desideri, se poi si è circondati da una società in cui il troppo straborda, per pochi, ma è lì ben visibile a tutti, nei canali TV che bombardano E. di lustrini e bei vestiti, scene di vite ricche e felici. L’altro giorno un quotidiano recensiva un libro che raccoglie i 99 desideri più votati all’interno del progetto CrowdWish di Bill Griffin, in cui l’autore ha creato un sito che poneva la domanda “Qual è la cosa che desideri di più?”. Il desiderio più votato è stato “Vorrei essere milionario”. E. non è la sola, dunque.

Verusca

L’importanza di comunicare ciò che voglio

IMG-20180923-WA0027Quanto pesa un’intenzione non detta? Un desiderio taciuto e dato per scontato?

Ultima tappa dell’IoVoglioTour 2018: una camminata dei desideri da Siena a Monteriggioni, domenica 23 settembre. Cielo aperto e tanta voglia di stare insieme, nello spazio del cammino tra i sentieri e il verde, nello spazio delle parole condivise, sussurrate per non disperdere tutto il fiato. Un’occasione per desiderare insieme, ci dicevamo prima della partenza. Ma l’intenzione, la volontà, il desiderio da soli non bastano: vanno portati fuori dalla testa, dai pensieri, dal cuore, dal luogo in cui li conserviamo nell’attesa che si realizzino. Io mi comunico a te: ti comunico il mio desiderio, il mio IoVoglio profondo, quel che ho intenzione di fare, il perché di questo mio mettermi in cammino oggi, assieme a te. Ma se non te lo comunico e lo lascio taciuto all’interno, dentro e in fondo, inascoltato se non da me, non permetto alle intenzioni di rivelarsi, alla comunicazione di dipanarsi, alle relazioni di instaurarsi.

Abbiamo un giorno intero di fronte a noi, siamo una sessantina di persone diverse, che provengono da luoghi ed esperienze diverse, che non si conoscono tutte. Alcuni sono gruppi di camminatori collaudati, altri sono venuti a conoscenza dell’evento tramite i social, altri ancora tramite amici.

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C’è un gruppo misto e questo ci fa piacere, ci emoziona e ci sprona alla conoscenza, all’incontro. Partiamo e siamo tutti uniti, tanti strumenti differenti dentro un’unica orchestra che risuona di parole e risate. Ma a un certo punto il ritmo si spezza e prende binari differenti, siamo alla prima sosta dopo 7-8 chilometri di cammino già percorsi e il gruppo di divide. Si disperde: chi prosegue con un ritmo più lento, chi con un ritmo più veloce, alla ricerca del proprio obiettivo singolo non condiviso.

È il momento in cui ci rendiamo conto che all’interno del gruppo ci sono micro-obiettivi diversi, che non sono stati condivisi prima della partenza: tu cosa vuoi fare oggi, quale è la tua priorità? O meglio: abbiamo dato per scontato che l’obiettivo fosse comune. Tu che ti metti in cammino con me, oggi, hai voglia di prenderti lo spazio che ti dà questo cammino, per riflettere, dialogare, entrare in relazione – con te stesso e con gli altri, con i tuoi desideri più intimi? Spesso siamo talmente dis-abituati ad ascoltare, ad ascoltarci, che quel che rimane è un micro-obiettivo personale da raggiungere, indipendentemente dal resto del mondo. Solo che così facendo, agendo nello spazio dell’individualità, in una giornata di cammino all’insegna della con-divisione, rischiamo di perdere l’idea di comunità che avevamo in mente, l’accordatura di fondo, il procedere allo stesso passo. Pensavamo che fare comunità, oggi, sarebbe stato facilitato dall’essere immersi nella natura, dal ritmo lento del cammino, dall’attenzione verso il desiderio proprio, degli altri.

Invece ora ci chiediamo: cosa serve per fare comunità veramente, quali azioni servono?

Il progetto IoVoglioTour si conclude qui per il 2018, ma prosegue attraverso il lavoro dell’associazione che lo sostiene – la Costellazione dei Desideri. Così come prosegue l’intenzione di fondo dell’associazione: promuovere la diffusione di una comunità-costellazione in cui ogni individuo sia una stella in grado di autodeterminarsi, una stella capace anche di farsi protagonista, ma al centro di una comunità, dunque attraverso la riflessione, l’ascolto, il dialogo.

I Wish Hunters – i cacciatori di desideri

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