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IoVoglioTour

“I wanna make money”: la spinta sociale ai desideri

Ogni giorno E. entra in classe con una parrucca diversa.

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Si affaccia puntualmente in ritardo a lezione di italiano, arriva il suo largo sorriso prima di lei, che è minuta, labbra rosso fuoco e movenze sicure sui tacchi. Benché in ritardo, non salta una lezione, e ogni volta ci si chiede di quale colore tingerà l’aula coi suoi capelli. E. è nigeriana. In Africa occidentale l’acconciatura dei capelli ha un profondo significato sociale. Fu attorno al XV secolo, con le prime esplorazioni europee del Continente africano, che iniziarono fenomeni di denigrazione della capigliatura afro, all’interno della più ampia forma di discriminazione verso i neri portati in catene nelle piantagioni di cotone americane. Negli Stati Uniti, dove dominavano i capelli lisci, fu naturale per gli africani ideare strategie di adattamento al luogo: le donne, sentendosi brutte per via dei capelli crespi, e dunque “inferiori”, presero a lisciarsi i capelli o a indossare parrucche.

E. in realtà sembra cambiare parrucca per divertimento, creando effetti di straniamento, in un gioco di colori e lunghezze da cambiare ogni giorno come un cambio d’abito. Mi torna in mente un romanzo la cui protagonista, nigeriana residente negli Stati Uniti, a un certo punto scrive nel suo blog: “Certe donne nere […] correrebbero nude per strada piuttosto che farsi vedere in pubblico con i capelli al naturale. Io non ho li ho mai visti, i capelli naturali di E., però vedo ogni giorno gli sforzi che fa per imparare l’italiano. I suoi ritmi di apprendimento non sono velocissimi. Solo che a breve ci sarà l’esame per ottenere il certificato di fine corso, una bella soddisfazione per tutti loro, un concreto passo in avanti verso una padronanza linguistica che è anche culturale, di integrazione sociale, di possibilità professionali. Lo ricordo ogni giorno, ai miei studenti, quanto è importante venire a lezione, uscire dai loro appartamenti che sanno farsi soffocanti, rischiando di diventare il loro unico mondo, fuori dalla realtà. Ed E. fuori dalla realtà ci sembra spesso, dentro un mondo vaporoso tutto suo. Una volta in cui è più assente e inquieta del solito, mi avvicino e passo all’inglese: “What do you want from life?”, cerco di partire da un ragionamento che vada oltre la scuola. “I wanna make money”, risponde secca. I soldi. Fare soldi. Mi guarda dritta negli occhi, non ha dubbi: i soldi non come mero mezzo di sussistenza, ma come possibilità di. Le possibilità che ora le mancano. Un desiderio simile, è del tutto lecito. Chi non desidera  avere soldi a sufficienza, non solo per (soprav)vivere. Quel che il mio istinto-insegnante mi fa suggerirle, è che per far soldi, un lavoro è necessario, e conoscendo bene l’italiano, è più facile trovare lavoro. L’importanza del corso di italiano, della scuola.

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Dentro di me, c’è una supplica: “E. ti prego prova a studiare seriamente, ti prego fa’ di tutto per superare l’esame. Datti una mano, a raggiungere il tuo desiderio”. Nel mondo dell’IoVoglioTour un desiderio del genere non è tra quelli ammessi. Nel mondo di E., è del tutto naturale. Non esistono altri desideri, se poi si è circondati da una società in cui il troppo straborda, per pochi, ma è lì ben visibile a tutti, nei canali TV che bombardano E. di lustrini e bei vestiti, scene di vite ricche e felici. L’altro giorno un quotidiano recensiva un libro che raccoglie i 99 desideri più votati all’interno del progetto CrowdWish di Bill Griffin, in cui l’autore ha creato un sito che poneva la domanda “Qual è la cosa che desideri di più?”. Il desiderio più votato è stato “Vorrei essere milionario”. E. non è la sola, dunque.

Verusca

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L’importanza di comunicare ciò che voglio

IMG-20180923-WA0027Quanto pesa un’intenzione non detta? Un desiderio taciuto e dato per scontato?

Ultima tappa dell’IoVoglioTour 2018: una camminata dei desideri da Siena a Monteriggioni, domenica 23 settembre. Cielo aperto e tanta voglia di stare insieme, nello spazio del cammino tra i sentieri e il verde, nello spazio delle parole condivise, sussurrate per non disperdere tutto il fiato. Un’occasione per desiderare insieme, ci dicevamo prima della partenza. Ma l’intenzione, la volontà, il desiderio da soli non bastano: vanno portati fuori dalla testa, dai pensieri, dal cuore, dal luogo in cui li conserviamo nell’attesa che si realizzino. Io mi comunico a te: ti comunico il mio desiderio, il mio IoVoglio profondo, quel che ho intenzione di fare, il perché di questo mio mettermi in cammino oggi, assieme a te. Ma se non te lo comunico e lo lascio taciuto all’interno, dentro e in fondo, inascoltato se non da me, non permetto alle intenzioni di rivelarsi, alla comunicazione di dipanarsi, alle relazioni di instaurarsi.

Abbiamo un giorno intero di fronte a noi, siamo una sessantina di persone diverse, che provengono da luoghi ed esperienze diverse, che non si conoscono tutte. Alcuni sono gruppi di camminatori collaudati, altri sono venuti a conoscenza dell’evento tramite i social, altri ancora tramite amici.

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C’è un gruppo misto e questo ci fa piacere, ci emoziona e ci sprona alla conoscenza, all’incontro. Partiamo e siamo tutti uniti, tanti strumenti differenti dentro un’unica orchestra che risuona di parole e risate. Ma a un certo punto il ritmo si spezza e prende binari differenti, siamo alla prima sosta dopo 7-8 chilometri di cammino già percorsi e il gruppo di divide. Si disperde: chi prosegue con un ritmo più lento, chi con un ritmo più veloce, alla ricerca del proprio obiettivo singolo non condiviso.

È il momento in cui ci rendiamo conto che all’interno del gruppo ci sono micro-obiettivi diversi, che non sono stati condivisi prima della partenza: tu cosa vuoi fare oggi, quale è la tua priorità? O meglio: abbiamo dato per scontato che l’obiettivo fosse comune. Tu che ti metti in cammino con me, oggi, hai voglia di prenderti lo spazio che ti dà questo cammino, per riflettere, dialogare, entrare in relazione – con te stesso e con gli altri, con i tuoi desideri più intimi? Spesso siamo talmente dis-abituati ad ascoltare, ad ascoltarci, che quel che rimane è un micro-obiettivo personale da raggiungere, indipendentemente dal resto del mondo. Solo che così facendo, agendo nello spazio dell’individualità, in una giornata di cammino all’insegna della con-divisione, rischiamo di perdere l’idea di comunità che avevamo in mente, l’accordatura di fondo, il procedere allo stesso passo. Pensavamo che fare comunità, oggi, sarebbe stato facilitato dall’essere immersi nella natura, dal ritmo lento del cammino, dall’attenzione verso il desiderio proprio, degli altri.

Invece ora ci chiediamo: cosa serve per fare comunità veramente, quali azioni servono?

Il progetto IoVoglioTour si conclude qui per il 2018, ma prosegue attraverso il lavoro dell’associazione che lo sostiene – la Costellazione dei Desideri. Così come prosegue l’intenzione di fondo dell’associazione: promuovere la diffusione di una comunità-costellazione in cui ogni individuo sia una stella in grado di autodeterminarsi, una stella capace anche di farsi protagonista, ma al centro di una comunità, dunque attraverso la riflessione, l’ascolto, il dialogo.

I Wish Hunters – i cacciatori di desideri

Versilia che va Versilia che torna, nei desideri di una libraia e di una poeta

Non riesco a smettere di fotografare gli oleandri. Ce ne sono a destra e a sinistra, in fila come soldatini ordinati lungo via Mazzini che si snoda dalla stazione al mare. È la mia seconda volta a Viareggio, sono qui per trovare Mia, e mentre mi dirigo verso casa sua mi crogiolo nella vista di questi oleandri onnipresenti che mi inseguono coi loro fiorellini rosa e bianchi, rigogliosi e orgogliosi nelle loro chiome. Fa un caldo indecente e il caldo richiama gelato, mi fermo a prenderne uno in una gelateria per strada. E mentre mi gusto questo gelato provvidenziale, continuo a scattare foto agli oleandri che incontro, finché mi imbatto in un angolino rettangolare, lo scoperto esterno di un bar, immagino, puntellato di tavolini tondi dai colori vivaci. Rapita dai colori, mi fermo, sguardo verso destra, ed è amore accecante, subito: vetrina ricolma di libri – interessanti – accompagnati da tazze di ceramica artigianali che sanno di caffè da metterci dentro fin quasi all’orlo, le mattine presto quando hai solo voglia di tepore alla caffeina per riaprire bene gli occhi. E i miei occhi ora scrutano un’insegna sulla vetrina: Lettera 22. Una libreria! E che libreria!! Gli occhi proseguono il tragitto verso l’interno: una zona bar, ricolma di tazze e tazzine coloratissime, e dietro il bancone una donna dall’aria ospitale. Metto un passo dentro e mi scuso per il gelato che mi sta colando tra le dita, lei mi assicura che non importa posso entrare lo stesso, e sorride: una libraia che mi accoglie così, che meraviglia, mi rallegro entrando del tutto. Sguardo che prosegue a curiosare e scopre un altro spazio che sembra la sala da pranzo di casa, al centro un tavolone rettangolare che invita a sedersi, qualche quotidiano sparso sopra, qualche tavolino tondo qua e là, e lungo tutta la lunghezza del muro, dulcis in fundo, una grande libreria bianca, piena di luce, e di libri.

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Ma non libri qualsiasi, libri-libri, come li definisco io, libri che non trovi dappertutto, libri preziosi e piccoli nel senso di non sempre famosi, i libri delle piccole case editrici indipendenti che si affannano per farcela ogni giorno, con forza e volontà, con la passione di chi crede al sogno che ha creato e porta avanti come missione, nonostante i conti da far quadrare – missione simile al sogno realizzato da Elena aprendo questa piccola libreria-caffè nel 2015. Mi perdo a parlare con lei, che mi racconta brevi aneddoti. Mi sento bene, ma il tempo corre, è ora di riprendere il cammino verso Mia, saluto Elena con l’intenzione di passarla a trovare la mattina seguente. Ed è così, sono sulla via del ritorno la mattina dopo e mi fermo per un cappuccino alla Lettera 22, Elena dispensa parole e sorrisi tra un caffè e l’altro, dentro di me sento che è nata l’atmosfera giusta, per farle la mia domanda, e mi azzardo a chiederle “Qual è il tuo desiderio?”, dopo averle spiegato dell’IoVoglioTour. Il volto le si illumina stupito, è incerta tra una risposta “saggia” e una più “frivola”, la rassicuro che non c’è risposta giusta, solo risposta sincera. Ma non insisto, non è il momento, le chiedo di pensarci un po’ e poi farmi sapere. La sua risposta arriva. Sono passate alcune settimane. Ricontatto Elena che stavolta mi risponde: “Iovoglio avere tempo soprattutto per viaggiare.” E indica tra le mete preferite Cambogia, Laos, Costa Rica, Bolivia, Argentina. Non del tutto mete “turistiche” – sorrido tra me. Mete di luoghi da esplorare. Sorrido perché ripenso che durante quel soggiorno in Versilia ho posto la stessa domanda a Mia, la mia amica poeta. Eravamo in ammollo nell’acqua a parlare di noi, di poesia, e a un tratto mi è venuto spontaneo farle la mia domanda.

All-focus

Ci sono momenti in cui si crea una intimità protetta, spensierata, che mi solletica quasi sussurrandomi “Vai, chiediglielo”. Eccone uno, di momento, sul calar della sera, sono le 19 e il mare è tiepido al punto giusto, sa di sale e sonnolenza buona. Mia mi risponde: “Iovoglio partire un po’ e tornare un po’. In zone inesplorate.”La partenza, la curiosità, la scoperta di zone inesplorate. Partire e tornare. Due donne che non si conoscono e abitano lo stesso spazio geografico, una libraia e una poeta che condividono un desiderio simile, nella stessa città fatta di onde, navigare un’onda che ti porti lontano, per poi ricondurti al porto sicuro. C’è una donna che sta in mezzo ai libri, ci lavora, e un’altra che i libri li scrive, li abita nella scrittura. Donne circondate da parole e storie, con la voglia di scrivere nuove storie personali di spostamento, avanti e indietro, in un ciclo vitale di (r)esistenza personale (l’una dentro una libreria, l’altra dentro un libro), andarsene per scoprire ed esplorare, tornare per ri-trovarsi e ri-radicare, in una dimensione diversa, ampliata. Il flusso della vita che parte, cresce, scruta, per rientrare in sé stessa, arricchita e rinnovata – da donarsi ancora agli altri, al mondo (tramite una libreria, cara Elena, o tramite una poesia, cara Mia).

Verusca

 

Aperitivo fronte Arno: stare nel movimento (e nei desideri) come fiume che scorre

Posiamo gli occhi sull’Arno che si schiude davanti a noi: acque che scorrono piano altrove. Verso altre tappe. E prima dell’ultima tappa dell’IoVoglioTour 2018, ecco un nuovo Aperitivo dei Desideri all’Easy Living, un chiosco fronte Arno dotato di sedie sdraio che fanno tanto locale sulla spiaggia. E sulla spiaggia potremmo esserci davvero, siamo a quasi 30 gradi, in abiti leggeri e sandali, segno di un’estate che non vuole finire. E cosa vogliamo invece noi, adesso? Intanto conoscerci tra noi, così ci avviciniamo ai presenti, che ci conducono subito dentro storie di persone-fiumi in movimento, partite da un punto e arrivate a un altro, attraverso acque più o meno quiete, per giungere al loro desiderio. Manuela ha lo sguardo intrepido di chi sta nel movimento da sempre: si è dedicata a una azienda agricola, all’insegnamento dell’inglese, a una impresa turistica, a una casa editrice, fino ad approdare alla meditazione del suono primordiale, di cui è istruttrice oggi grazie all’incontro con il pensiero di Deepak Chopra. Seguiamo le sue parole che ci portano in luoghi di cambiamento e autenticità di Sé. E chi ha trovato un altrettanto autentico spazio per sé, aprendosi al nuovo, è Ilaria, che la luce del cambiamento ce l’ha fin dentro gli occhi, scurissimi. La sua è la storia di chi a un certo punto si trovava immobile, in pieno stallo, ma ha saputo affidarsi all’Altro, nel suo caso un astrologo medico, e riprendere il proprio percorso di “verità”: oggi Ilaria si occupa di astrologia sistemica e costellazioni familiari, ha dato casa al suo desiderio più vero. E chi di case, fatte di cemento stavolta, ne vede a bizzeffe ogni giorno, è Sareh: il suo movimento l’ha portata, 15 anni fa, da Teheran a Firenze, dove come agente immobiliare aiuta a realizzare i sogni di chi cerca un posto in cui fermarsi. Ma ecco invece chi fermo, pare non starci mai: Alessandro possiede l’energia di chi ha tanto da realizzare, si ferma quando prende a parlarci di sé, del movimento che l’ha portato più di 20 anni fa da Foiano della Chiana a Firenze, del coraggio che l’ha portato a lasciare un posto da dipendente per mettersi in proprio. Chi dimostra altrettanto coraggio è Maria: ha lasciato lavoro e Spagna per studiare oreficeria in Italia, e ora sta per lasciare l’Italia per continuare gli studi in Spagna. E non ha paura di quel che l’attende, ci spiega, la motivazione è grande: c’è di mezzo il suo desiderio più forte. Ognuno di noi, stasera, è l’immagine di un movimento. Tutti qui hanno lasciato qualcosa: città o lavoro. Ma lasciare, coincide sempre con una perdita? Una risposta pare darcela una poetessa, Nathalie Handal, che ha fatto del movimento una scelta di vita, vivendo e lavorando tra Stati Uniti e Italia. I suoi versi fanno da contorno perfetto a questa serata di persone-fiumi che fluiscono: “Non abbiamo più bisogno / di tradurre perdita / le ginocchia che tremano sotto / uno strato d’acqua / sanno che siamo / in cammino”.

Ed è esattamente un cammino, quello che ci attende domenica 23 settembre, l’ultima tappa dell’IoVoglioTour 2018, una Camminata dei Desideri da Siena a Monterrigioni. Il ritrovo è alle ore 10 a Porta Camollia. Potete partire con noi da Firenze con il regionale delle 8:10.

Vi aspettiamo per una nuova avventura – sempre all’insegna dei desideri!

I Wish Hunters – i cacciatori di desideri

In finale di tappa 2018: “Il temporale ci insegue ma noi siamo più forti”

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Oggi ci dirigiamo in finale di tappa, Radicofani, passando per San Quirico D’Orcia e i luoghi circostanti. Siamo in partenza dalla casa di accoglienza di Ponte D’Arbia dopo averne ascoltato la storia dalle parole di Italo: “Agli inizi del ‘900 era uno stabilimento che ospitava varie botteghe. Fu la famiglia Cresti a trasformarlo negli anni ‘70 dapprima in asilo e in scuola materna poi, e in seguito, dai primi anni ‘80, in centro culturale e ospitale per i pellegrini lungo la via Francigena.” In realtà, a incentivare la trasformazione del luogo in centro di accoglienza, ci spiega meglio Italo, fu un militare francese che durante la guerra franco-algerina degli anni ‘60 aveva vissuto un’esperienza molto forte: il suo caccia militare era stato abbattuto lasciandolo illeso, ed è lì che aveva deciso di chiudere con la guerra, fare voto e mettersi in cammino. Durante i suoi viaggi era capitato anche sulla via Francigena, dove era tornato più volte proprio per dare una mano a rendere quel luogo – e Ponte D’Arbia in generale – centro di accoglienza di pellegrini. Riuscendoci eccome, pensiamo noi, che di pellegrini oggi ne incontriamo parecchi, compresa Elvira, una ragazza cinese che si lamenta dei suoi connazionali poco camminatori: “Iovoglio portare più asiatici nel cammino lungo la via Ferancigena”. Da un militare francese a una pellegrina cinese: un percorso aperto ad altri mondi? Sì, è decisamente un incontro con altri pezzi di mondo, riflettiamo incontrando un ragazzo spagnolo, Ricardo, in cammino da Roma a Santiago. Gli chiediamo il motivo, e lui ci mostra due credenziali: è in viaggio – simbolico – assieme alla cugina che non c’è più, ma aveva due desideri: visitare Roma e percorrere il cammino di Santiago. Ed eccolo qui, Ricardo, a realizzare questi desideri, in quello che ci pare un ulteriore atto di gentilezza, verso la cugina, verso la vita.

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Ma la vita, per un attimo, non pare, a noi, troppo gentile: la tappa si rivela impegnativa, le batterie delle bici sono al limite, ancora una volta sono piccoli atti di forza a salvarci: di fronte a una salita impervia, la forza della bici di Silvano che traghetta quella di Alessandro con un cavo, la forza di volontà di Alessandro che non molla, che dinnanzi a un temporale in arrivo, non ha dubbi: “Il temporale ci insegue, ma noi siamo più forti del temporale”. E alla nostra, di forza, si coniuga quella degli incontri, potenti e significativi: c’è Francesca, con una forza d’animo che l’ha fatta partire da sola da Verona, per staccare da tutti. Francesca che prosegue nonostante giochi di forza non del tutto “puliti”, quando ci racconta  del furgone che a un certo punto sembrava seguirla, o di un tipo che aveva provato a farle delle foto. Imprevisti a cui Francesca aveva reagito con forza e parole dirette. Francesca che è diretta pure nei desideri: “Iovoglio stare bene con me stessa, essere indipendente, giocare a calcio, trovare l’amore della mia vita, a cui piacciano i cammini”. E l’amore lo ritroviamo anche nel nostro ultimo incontro del giorno: una coppia di neo-sposi che sta percorrendo la via come viaggio di nozze. “Iovoglio annoiarmi per fare spazio ai ritmi stressanti della vita quotidiana”, ci confida lui, “Iovoglio trovare una ospitalità più spirituale, che mi permetta di fare un lavoro su di me”, ci confida lei, portando Santiago ad esempio. Ritorna Santiago, che inizia a solleticarci i pensieri: siamo sul finire dell’IoVoglioTour 2018, ma col cuore aperto a nuove partenze.

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Chissà?… Chiediamo ad Alessandro, il nostro compagno di tappa, come ha trovato questa esperienza. “Ottime impressioni” – dichiara. Soprattutto, gli è piaciuto aver incontrato persone disponibili a socializzare e raccontare. Conviene che siamo stanchi ma soddisfatti, negli occhi un panorama che parla da sé. E nell’animo il desiderio e la forza di andare avanti, progettare nuovi cammini tesi all’incontro, un incontro che sappia farsi atto di gentilezza – sempre. Infine, ci rimane la “forza” della gentilezza.

 

I Wish Hunters – i cacciatori di desideri

 

Penultima tappa 2018: da Siena a Ponte D’Arbia, in bilico tra forza e gentilezza

Tour ultima tappa 5Si riparte. Prendiamo il treno da Firenze, direzione Siena, dove ci attende la penultima tappa che ci porterà fino a Radicofani. La partenza non è delle migliori: Siena è invasa dai turisti quando la traversiamo sulle nostre bici, ci dirigiamo verso sud ma già dobbiamo fermarci: si rompe il cavalletto della bici di Alessandro, che ci fa compagnia in questa tappa, rischiamo di perdere gli zainetti, ma alla fine tutto si sistema: la forza degli imprevisti, la nostra forza di volontà: un gioco di forze – buone. Usciti da Siena incontriamo Nadia che dà il via ai desideri (e alle riflessioni): “Iovoglio essere più gentile con le persone estranee, mettere più gentilezza nelle relazioni con gli altri”. Ci guardiamo attorno e ci pare di vederla farsi concreta, quella gentilezza, nei cipressi che delimitano i sentieri e svettano eleganti dai colli. Negli occhi degli animali per strada che ci scrutano con pacatezza, nel silenzio dei boschi. Ma la delicatezza del paesaggio a un tratto viene interrotta da una visione poco aggraziata: un’enorme discarica di auto!! Un signore ci descrive la potenza della macchina demolitrice, di come riesca a tritare di tutto. La forza che torna.

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E a ritornare è anche un contadino che incrociamo più avanti, incontrato già un anno fa. Quando gli chiediamo come è andata la raccolta delle olive quest’anno, lui si lancia in lamentele colorite: purtroppo è arrivata una grandinata a rovinare tutto. La forza dell’acqua, dell’ambiente. E di ambiente in qualche modo parla anche l’incontro che segue con Michele, gran camminatore, che, oltre a voler fare il cantante, non vuole più fare la spesa: “Iovoglio coltivare tutto quel che mi serve da mangiare”. E il suo desiderio è già in cammino – notiamo quando ci racconta di essersi preso due capre. E sull’onda dei desideri arriviamo a Ponte D’Arbia, dove, oltre al ponte storico che dà il nome al paese, ammiriamo un ponte pedonale più recente dedicato ai pellegrini: un bel contrasto tra la delicatezza del legno e la forza dell’acciaio – riflettiamo.

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Ed è qui che, all’interno della casa di accoglienza dei pellegrini, conosciamo Alessandro da Roma, che sta percorrendo il cammino al contrario rispetto a noi. Ha già sperimentato Santiago, che ci descrive come modello esemplare di ospitalità. Ci racconta di un giovane spagnolo che lungo il cammino mette a disposizione dei pellegrini dei posti letto al pianterreno della propria abitazione, facendovi trovare un bicchiere di vino o una birra fresca all’arrivo, preoccupandosi di fare la lavatrice per tutti gli ospiti in caso di necessità. Piccoli atti di gentilezza. “In Spagna”, sottolinea Alessandro, “oltre che per una questione etica o spirituale o di business, stanno investendo su una umanità che accoglie”. L’accoglienza, come sa assumere sfumature diverse, a seconda degli atti di gentilezza – pensiamo. E di chi era quella citazione famosa che ci viene in mente: “Nessun atto di gentilezza, per piccolo che sia, è mai sprecato”? Ah sì, Esopo, quello delle favole. Ma le gentilezze che stiamo ricevendo, in questa tappa, non sono favole, sono una realtà tangibile, a tratti commovente. E andiamo a prepararci per la notte così, cullati da pensieri di gentilezza.

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Quanto è umana l’informatica? Scoperte on the road con Riccardo (e i suoi desideri)

9e3e2c98-993f-4b36-beb6-2369b9e58638La strada scivola veloce sotto le ruote di Karlacosì me la presenta Riccardo prima di invitarmi a salire sulla sua Opel Karl -, è una domenica mattina d’agosto e chi è rimasto in città ancora sonnecchia al riparo dalla calura. E con la strada corrono rapidi i pensieri, snocciolano uno dopo l’altro in questo viaggio che ci porta da Firenze ad Anghiari. Siamo all’imbocco dell’autostrada, oltre il finestrino un concentrato di verde, mi meraviglio ogni volta a trovarne così tanto lì fuori, lontano dalla città, dal bisogno che ne avrei io, un verde che si schiude tra le corsie di cemento, o con la prospettiva inversa sollevata da Riccardo, un pezzo di verde che è stato soppiantato per farci spazio, a quelle corsie. Le prospettive, gli sguardi che vedono le stesse cose in modo diverso. Siamo in viaggio e viaggia a ritmo serrato il nostro scambio, aggiorno Riccardo sul mondo della poesia in cui mi sono ritrovata a stare, come una “poetessa per caso”. Ridiamo di questa definizione.

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Riccardo, al contrario, pare più “centrato” nel suo ruolo: “Io nasco come programmatore”, mi spiega, e proprio ora sta tornando alla sua formazione iniziale. Da poco collabora con una società di formazione in ambito informatico. In chiusura del suo ultimo corso, mi confessa, è uscita più di una lacrima tra le corsiste. Ci credo eccome, Riccardo ha l’aria di chi, per quanto esperto e capace, sa rimanere genuino nei modi. E mentre parla entriamo in un ambito inaspettato, che mi solletica riflessioni nuove. A cosa associo l’informatica? Visualizzo qualcosa di automatico e sterile, non del tutto umano, lontano dalle relazioni, un po’ robotico. Me ne rendo conto confrontandomi con Riccardo, di quanto possano essere radicati, certi preconcetti. Lui prosegue a parlare ed io a scoprire: un’altra cosa che fa, è aiutare le aziende ad analizzare i loro dati, attività cruciale, che spesso permette di salvare posti di lavoro. L’aspetto umano. Non ci avevo pensato. Mi si apre uno sguardo nuovo sull’informatica. Il filo della scoperta avanza con la parola “ottimizzare”: quel che fa Riccardo nelle aziende, è dare una mano ad ottimizzare il processo di lavoro, ossia rendere semplice ciò che è complicato. Che bello. Semplificare, qualcosa che faccio di continuo quando insegno ai miei studenti stranieri. Se non usassi strategie di semplificazione, la comunicazione si incepperebbe, e di conseguenza il loro processo di apprendimento. Ma ora non stiamo parlando di una materia umanistica, stiamo parlando di analisi di dati, di compiti informatici. Sulla spinta dei pensieri, confido a Riccardo la mia visione dell’informatica, ma lui sottolinea che l’informatica in un certo senso è molto “umana”, essendo nata proprio con l’intento di semplificare il lavoro umano: “Prendi Blaise Pascal, che ogni giorno in azienda vedeva il padre faticare nel calcolo delle somme a mano, e si chiedeva come fare per evitare tanta fatica. È lui ad aver creato la prima macchina calcolatrice, la Pascalina, che ha semplificato la vita ai lavoratori, dando loro – paradossalmente – ritmi più “umani”. Ascolto e penso: Pascal matematico? Lo ricordo come filosofo… mi sento a disagio nella mia prospettiva unilaterale, un po’ rigida. Riccardo suscita osservazioni che scompigliano e scrollano il noto. Il passo dall’informatica alla tecnologia è breve: “La tecnologia di per sé è neutra”, chiarisce Riccardo, “dipende poi dall’uso che ne facciamo noi”.

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Penso alla dipendenza da cellulare, le volte in cui l’ho scordato e sono tornata a casa pur di non starci senza. Guarda come sono messa, come siamo messi. La tecnologia è neutra, ripeto tra me e me, è innocua: siamo noi a darle il significato che ha. E mi stupisce il significato che sta prendendo questo viaggio, il movimento che sta suscitando, il desiderio che sento ora di rendere meno statici certi miei pensieri fissi, di saperne di più. E il desiderio di un programmatore informatico, di Riccardo, qual è? Lui ha pochi dubbi, dice che ci sta pensando da quando gli ho raccontato dell’IoVoglioTour: “Iovoglio trasmettere la passione per l’informatica”. E ce la farai, Riccardo, di sicuro, come hai fatto oggi con me, che dopo 1 ora e 30 di viaggio su strada e nella mente, mi ritrovo a ringraziare silenziosamente Blaise Pascal (e chi come lui) per aver reso più “umano” il lavoro di suo padre – e di tutti noi.
Verusca

#iovoglio fare la blogger: il cammino di un desiderio da una Olivetti a un blog

La scrittura è qualcosa che ti capita. A me è capitata alla elementari, in salotto la mamma teneva una Olivetti rossa su cui mi era concesso scrivere dopo pranzo. Custodisco tutti i miei tentativi di piccola scrittrice in una cartellina dai toni pastello: sono lì a ricordarmi una parte di me. Mi piace come si è evoluta la mia scrittura da un annetto ad oggi. Da quando si sono avverate le parole di Alessandro, che un giorno a Mestre mi fa: “Veru, le persone che incontri per il mondo, mi piacerebbe trovarle dentro quel che scrivi”. Sono passati un paio d’anni e solo di recente, da quanto vivo a Firenze, queste persone sono finite dentro prosa breve di viaggio che ho preso a scrivere un po’ per caso. Il primo articolo è nato a Salonicco. Ero lì a trovare le mie amiche greche, Elena e Maria. C’ero già stata varie volte, Salonicco è uno di quei posti in cui sto bene, che mi pare di conoscere da sempre, che amo girare serena, senza l’assillo di dover visitare tutto. Così ci sono tornata a fine dicembre 2017, e appena arrivata mi sono ritrovata dentro una serie di avventure da film. Nel senso di rapide e concitate, che scardinano il noto, mi buttano per aria e mi fanno imbattere nelle persone. Dunque ho scritto questo primo pezzo su Salonicco e le persone, un po’ nella mia stanza baciata dal sole e da tre gatti, un po’ al tavolino di un bar colorato. L’ho riletto e limato per bene, anche dopo, rientrata a Firenze, seguendone il percorso di crescita. E questo percorso ha spalancato una porta alla scrittura. Dopo questo articolo infatti ne ho scritti altri, ogni volta che mi spostavo per un viaggio. Prendevo le città in cui stavo come scusa, le persone con cui mi relazionavo e le loro storie si infilavano nei miei scritti. Infine (o finalmente, sei contento Alessandro?). E più scrivo, più il mio stile si fa sicuro, definito, ritrovo alcune forme mie, tempi verbali che prediligo, vocaboli che tornano. Mi ci ritrovo, in questo stile rapido e leggero, stile blog. Ricordo un giorno post-Salonicco in cui parlavo di un mio progetto ad Alessio e m’è uscito spontaneo “Iovoglio fare la blogger!”, e lui a canzonarmi, “Sì come la Ferragni”. Poi sono passati i mesi. Un giorno, tramite Alessio sono entrata in contatto con Silvano, che mi ha invitata a un aperitivo della Costellazione dei Desideri. Fuori era freddino, ero appena rientrata da scuola, avevo una gran fame e questi 4 fiorentini parlavano di desideri da realizzare e io desideravo tanto mangiare e andarmene a riposare. Ricordo che ero stanca per il nuovo lavoro, per tutto quel che stava comportando, ero nel bel mezzo di un cambiamento che mi stava stressando parecchio. Quando Silvano mi ha chiesto se volevo collaborare, ho detto di no. Senza nemmeno starlo a sentire. Con Isacco poi a ripetermi certo che te le sai scegliere bene le situazioni, tu, dici di no senza manco sapere cosa ti offrono e magari era una cosa che ti piaceva. E infatti Isacco aveva ragione. Dopo svariati mesi sono entrata nel ritmo del nuovo lavoro, mi sentivo più leggera. Mi è capitato di scrivere una mail a Silvano per un’altra cosa, e di ricevere un nuovo invito a incontrarci. Stavolta ho ascoltato quel che voleva propormi: scrivere per un blog. Scrivere: tutto ciò che voglio. Dar libero sfogo a questa esigenza espressiva che ho, che non mi sono scelta ma è intrinseca al mio modo di essere. A Silvano stavolta ho detto di sì. E lui a farmi notare ecco hai visto che ci sei arrivata, a noi. Ora è il momento. Sì Silvano, ora è il momento. Lo so perché lo sento, sento che mi stai portando una gioia, tra le mani, ed io sono pronta a riceverla, tenerla con me. E il resto è il presente. Da quando scrivo per il blog, con una certa regolarità e costanza, la mia scrittura è fiorita. Scrivo articoli in cui mescolo le cose che mi succedono a delle riflessioni. Una Carrie Bradshaw all’italiana – sorrido spesso tra me. Solo che io non scrivo per una rivista patinata newyorkese, scrivo per un blog che propone un progetto molto umano. Devo scrivere di desideri: mamma che fatica!! La scrittura sta prendendo il volo e il mio stile sta trovando una sua strada. La riconosco, ora mi è chiara, mi sono (più) chiara. Come collocare al posto giusto un pezzo della mia autobiografia.

È Silvano ad avermi parlato del contest di scrittura di viaggio della SALT Editions, una webzine che si occupa di musica, cinema, libri e viaggi. Mi ha girato il link, ed io d’istinto ho inviato il mio pezzo su Salonicco. Sentivo che avrei potuto farcela, questa volta, a ottenere un riconoscimento. Che ero pronta, che era il momento, quello buono, per accoglierlo – come avevo accolto la proposta di Silvano. Sono passati dei mesi, e oggi ho ricevuto una mail in cui mi comunicano che risulto tra i 3 vincitori del contest. Non credo di suonare presuntuosa nel dire che me lo sentivo. Mi nascondo da sempre – adesso basta. C’è qualcosa che mi riesce, che trova un riscontro nel pubblico: perché nasconderlo? L’ho voluto davvero, quel piazzamento, e alla fine l’ho avuto, e ora so che per me questo non è solo un punto di arrivo in un percorso fatto di studio e pazienza, errori e nuovi tentativi, ma è anche una rinnovata partenza nel cammino della mia scrittura.

Verusca 

Piccole donne vogliono: desideri adolescenti in viaggio

Vittoria mi dice che le toccherà lavorare in conceria. La guardo con fare interrogativo così lei mi spiega che i genitori possiedono una conceria in un paesino del nord-est (“Nel nostro paese ci sono solo concerie, Prof.!”). Per farle fare la cosiddetta “gavetta”, i genitori hanno pensato di mandarla a lavorare come operaia in azienda per un periodo durante l’estate. “Così imparo cosa vuol dire lavorare”. Vittoria non ha ancora 15 anni e un solo desiderio: “Iovoglio diventare avvocato”. La mamma avrebbe preferito medico ma dovrà accontentarsi di una figlia avvocato. In realtà entrambi i genitori sono preoccupati: vorrebbero che lei portasse avanti l’attività di famiglia, essendo figlia unica, ma lei proprio non ci pensa. Mentre le parlo ogni tanto si perde, scambia occhiate con Alice e MariaGiulia, le amiche fidate. Parlottano tra loro e fanno a gara a chi è più grassa, io le sento e spalanco gli occhi, e loro a insistere  “Guardi che cosciotti, Prof.!”. Sono donne in crescita, ma loro vedono solo i difetti, piccole donne già critiche – verso sé stesse, e il mondo. Puntigliose. Però decise: “Iovoglio viaggiare” aggiunge Vittoria, e ci tiene a spiegarmi: “Perché i miei non mi lasciano tanto, vorrei andare in Africa, in India, fare un safari”. Le chiedo come pensa di realizzare il suo desiderio, e la sua risposta è emblematica: “Diventando maggiorenne, così i miei non mi rompono più”. Continuo la mia intervista sui desideri. Alice no, il suo desiderio non ce l’ha pronto. È mezza addormentata sul divanetto prima della lezione (ieri però in gita a Glasgow un certo desiderio me l’ha detto, in un sonoro “Iovoglio dormire!” – di tutto rispetto,visti i ritmi intensi qui in vacanza-studio). Alice che non mi dice il suo desiderio mi fa canticchiare dentro la Mannoia in “Quello che le donne non dicono”. L’aspetterò. Chi invece ha zero problemi a raccontarsi è MariaGiulia, 15enne sicura di sé: “Iovoglio imparare a parlare bene le lingue straniere. Iovoglio imparare a suonare la chitarra elettrica e l’ukulele. Iovoglio fare la pediatra perché mi piacciono i bambini, però non li sopporto tanto, cioè non riuscirei a fare la maestra perché non ho pazienza, però vorrei curarli”. Le contraddizioni dell’adolescenza?!  Appena sente la parola “bambini”, pure Chiara, che di anni ne ha 11, si accende: “Iovoglio fare la maestra perché mi piacciono i bambini”. Chiara condivide anche il desiderio di Vittoria, aggiungendo “Iovoglio girare il mondo”.

Il viaggio, la scoperta in solitaria (senza genitori!) del mondo, la realizzazione-cura di sé (imparare le lingue, uno strumento musicale) o la cura degli altri (i bambini): sono i desideri di queste piccole donne. Sono desideri concreti, fattibili, che riguardano il loro futuro, soprattutto professionale. Perché di tempo, davanti, ce n’è ancora tanto. Sono i desideri dei giovani in formazione, circondati da una società (iper)efficiente che ricorda loro che è bene pensare al futuro, a quale ruolo ricoprire nella catena produttiva. “Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda che tutti ci siamo sentiti ripetere fino allo sfinimento. Io da piccola rispondevo “La fioraia” perché adoravo i colori dei fiori. Ritorna Alice: ha gli occhi assonnati e non mi stupisce. Con lei ho un rapporto speciale, sarà che è dal primo giorno che ne combina una: una congiuntivite prima, il portafogli perso poi, cose così. Però ha una vitalità travolgente “Prof,. sono del Leone!!”, esclama ridendo con la bocca e gli occhi. Alice nel paese delle meraviglie, curiosa e distratta, su un pianeta parallelo. Alice non è pronta nemmeno stasera in cui le chiedo per la terza volta il suo desiderio, abbassa lo sguardo e farfuglia “Non lo so”. Alice delle meraviglie, io ti aspetto, quando sarai pronta a dirmelo, quel desiderio nascosto che tieni dentro, che forse – per ora – ha a che fare con quel fisico di cui ti lamenti in continuazione – “Un’anima sottile dentro un corpo da muratore, me lo dice sempre la mamma, Prof.”- , io ti aspetto di là della tana, assieme al coniglio, e al tuo desiderio.

Verusca

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